Come farsi trovare da ChatGPT, Gemini, Perplexity e Google AI Mode

Un imprenditore apre ChatGPT e scrive una domanda che, fino a qualche tempo fa, avrebbe affidato quasi certamente a Google: “Chi può aiutare una piccola azienda italiana a formare i dipendenti sull’uso responsabile dell’Intelligenza Artificiale?”

Un professionista apre Gemini e chiede come scegliere un corso sull’AI Act, quali competenze dovrebbe possedere il docente, quanto dovrebbe durare il percorso, quali argomenti affrontare e quali documenti conservare.

Un responsabile aziendale utilizza Perplexity per confrontare alcune soluzioni, leggere le fonti, capire chi parla con maggiore precisione e arrivare a una prima selezione, forse ancora prima di visitare il sito delle persone che vengono citate.

Nel frattempo Google, attraverso AI Overviews e AI Mode, scompone domande sempre più articolate, cerca informazioni su più aspetti, costruisce una risposta e mostra i collegamenti che ritiene utili per approfondire.

Dentro una scena di questo tipo, che ormai appartiene alla vita reale di chi cerca informazioni, servizi, prodotti, professionisti e competenze, può accadere qualcosa di molto semplice e, per chi lavora online, anche piuttosto duro da accettare.

Il tuo sito esiste, contiene pagine curate, racconta anni di lavoro, mostra corsi, servizi, pubblicazioni, collaborazioni, testimonianze e articoli, però la risposta dell’Intelligenza Artificiale cita qualcun altro.

A quel punto la domanda arriva quasi da sola: “Come faccio a essere trovato da ChatGPT?”

Qualcuno la chiama SEO per l’Intelligenza Artificiale, qualcun altro parla di GEO, Generative Engine Optimization, altri utilizzano AEO, Answer Engine Optimization, poi arrivano consulenti che promettono di inserire un sito dentro le risposte degli assistenti, file speciali da installare, formule da ripetere, centinaia di domande da trasformare in pagine e nuovi linguaggi che, almeno secondo chi li vende, avrebbero reso improvvisamente inutile tutto ciò che abbiamo imparato sulla SEO.

La realtà, osservata attraverso le indicazioni ufficiali disponibili oggi, è meno spettacolare e molto più impegnativa.

Un sito deve essere accessibile ai sistemi che cercano sul web, tecnicamente leggibile, indicizzato, ben collegato al proprio interno, riconoscibile nelle persone e nelle organizzazioni che presenta, capace di rispondere a domande reali, sostenuto da fonti verificabili e, soprattutto, abbastanza utile da meritare di essere scelto tra molte pagine che raccontano la stessa cosa.

La tecnica apre la porta. Il contenuto decide ciò che il sistema trova una volta entrato.

La reputazione, costruita nel tempo e confermata anche fuori dal proprio sito, aiuta a comprendere quanto quella fonte possa essere considerata affidabile.

Come apparire nelle risposte di ChatGPT, Gemini, Perplexity e Google AI Mode

La risposta diretta, quella che deve poter trovare anche chi arriva su questa pagina attraverso una ricerca tradizionale o una domanda posta a un sistema di IA, è questa.

Per aumentare la possibilità che un sito venga trovato, utilizzato e citato da ChatGPT, Gemini, Perplexity, Google AI Overviews e Google AI Mode bisogna consentire l’accesso ai crawler necessari, mantenere le pagine indicizzabili, costruire contenuti originali e approfonditi, dichiarare con chiarezza chi li ha scritti, aggiornare le informazioni quando cambiano, inserire fonti autorevoli, collegare gli articoli alle pagine principali del sito, utilizzare dati strutturati coerenti, rafforzare la presenza pubblica dell’autore o dell’organizzazione e controllare, attraverso Search Console e gli strumenti di analisi, quali contenuti stanno già ottenendo visibilità.

Nessuno di questi passaggi garantisce la citazione.

Google ricorda espressamente che il rispetto dei requisiti tecnici e delle buone pratiche non garantisce scansione, indicizzazione o presenza nei risultati, perché la scelta finale dipende dalla domanda, dalla qualità del contenuto, dalla concorrenza, dal contesto e dai sistemi di classificazione utilizzati.

La stessa prudenza vale per ChatGPT e Perplexity, che possono scoprire e utilizzare pagine pubbliche, quando risultano accessibili e pertinenti, senza offrire una posizione prenotabile o un modulo attraverso il quale chiedere di essere inseriti in una risposta. OpenAI dichiara che qualsiasi sito pubblico può apparire nei risultati di ChatGPT Search, mentre Perplexity raccomanda di consentire l’accesso al proprio crawler dedicato alla ricerca.

Prima di farsi trovare dall’IA bisogna capire che cosa dovrebbe trovare

Immaginiamo il sito di un consulente che, nella pagina iniziale, scrive:

“Innovazione, strategie e soluzioni per affrontare le sfide del futuro.”

La frase può appartenere a un consulente informatico, a un formatore, a un’agenzia di comunicazione, a una società finanziaria, a un commercialista, a un’impresa che vende software, a un’azienda che organizza eventi o a qualcuno che, con il futuro, ha un rapporto ancora tutto da definire.

La persona che arriva sul sito può scorrere le pagine, osservare le fotografie, leggere i servizi e provare a ricostruire il significato di quella frase.

Un sistema che cerca una risposta precisa, invece, ha bisogno di segnali chiari.

Chi sei?

Di che cosa ti occupi?

Con quali persone lavori?

In quale territorio operi?

Quali problemi affronti?

Quali competenze possiedi?

Quali esperienze puoi documentare?

Quali articoli hai scritto?

Quali fonti utilizzi?

Quali organizzazioni hanno parlato del tuo lavoro?

Quando quelle informazioni sono sparse, contraddittorie, nascoste dietro slogan generici o scritte in modo diverso in ogni pagina, anche l’identità digitale diventa più difficile da ricostruire.

La mia pagina dedicata ad Antonio Sinibaldi, docente e formatore sull’Intelligenza Artificiale, per esempio, ha il compito di raccogliere in un luogo riconoscibile il mio lavoro, i contesti nei quali opero, il metodo, le collaborazioni, le pubblicazioni e le attività formative, permettendo a una persona, a Google e ai sistemi che cercano sul web di collegare un nome a un ambito preciso.

Questa chiarezza deve poi attraversare tutto il sito, perché la pagina biografica racconta l’autore, gli articoli dimostrano la competenza, le pagine dei corsi spiegano l’attività, la rassegna stampa porta conferme esterne, le testimonianze mostrano esperienze reali e i collegamenti interni aiutano a comprendere che quei contenuti appartengono allo stesso percorso.

La SEO orientata all’IA parte anche da qui, da un’identità che riesce a essere letta senza dover interpretare continuamente frasi vaghe.

Google considera la SEO ancora centrale nelle funzioni generative

Google, nella guida ufficiale aggiornata il 10 luglio 2026, affronta direttamente una delle domande più diffuse: la SEO conserva valore dentro AI Overviews e AI Mode?

La risposta di Google è positiva, perché le funzioni generative di Search continuano a poggiare sui sistemi principali di ricerca, indicizzazione, qualità e posizionamento, utilizzando tecniche di recupero delle informazioni che cercano pagine pertinenti e aggiornate nell’indice di Google, poi le impiegano per costruire risposte sostenute da collegamenti cliccabili.

Google utilizza anche una tecnica definita query fan-out, attraverso la quale una domanda complessa può essere divisa in diverse ricerche collegate, eseguite contemporaneamente per esplorare aspetti differenti dello stesso bisogno. Una persona potrebbe chiedere, per esempio, come scegliere un corso di IA per la propria azienda, mentre il sistema potrebbe cercare separatamente informazioni sull’AI literacy, sui contenuti della formazione, sui destinatari, sui rischi, sulla durata, sulla certificazione e sull’esperienza del docente.

Questa capacità modifica il modo in cui un sito viene incontrato.

Una pagina potrebbe essere utilizzata per spiegare un singolo passaggio della risposta, anche quando non occupa la prima posizione per la domanda generale.

Un articolo preciso sull’AI literacy e sulla formazione nell’uso dell’Intelligenza Artificiale può diventare rilevante per una parte della ricerca, mentre la pagina sul corso di Intelligenza Artificiale certificato risponde a un’altra parte e la pagina sul Metodo Sinibaldi permette di comprendere l’approccio con cui quel percorso viene costruito.

La rete tra questi contenuti aiuta il lettore a muoversi e offre ai sistemi di ricerca una struttura più chiara, dentro la quale i concetti, le pagine, l’autore e i servizi si confermano a vicenda.

Essere indicizzati rappresenta il punto di ingresso

Una pagina che Google non riesce a scansionare, che contiene un’istruzione noindex, che richiede un accesso riservato o che viene bloccata dal file robots.txt, resta fuori dall’indice e perde la possibilità di comparire come collegamento di supporto in AI Overviews e AI Mode.

Google chiarisce che, per essere idonea alle proprie funzioni generative, una pagina deve risultare indicizzata e autorizzata a comparire nei risultati con uno snippet, seguendo gli stessi requisiti tecnici fondamentali della ricerca tradizionale.

Questo passaggio sembra elementare, però molti siti possiedono pagine importanti che Google conosce male, collegamenti interni deboli, contenuti raggiungibili soltanto attraverso moduli o JavaScript complessi, versioni duplicate, vecchi URL ancora attivi, sitemap non aggiornate, errori di scansione, impostazioni inserite durante lo sviluppo e mai rimosse.

Google Search Console consente di verificare lo stato di una singola pagina attraverso lo strumento Controllo URL, mostrando se l’indirizzo è presente nell’indice, se può essere scansionato, quale versione ha letto Google e quali eventuali problemi sono stati rilevati.

Prima di domandarsi come apparire dentro una risposta generativa, conviene quindi aprire Search Console, controllare le pagine che raccontano meglio il proprio lavoro e verificare che Google possa davvero raggiungerle.

Un articolo eccellente, pubblicato dentro una zona che i crawler non possono leggere, resta una stanza piena di libri con la porta chiusa.

ChatGPT Search utilizza un crawler dedicato

OpenAI spiega che qualsiasi sito pubblico può apparire in ChatGPT Search e indica un requisito tecnico preciso per permettere al contenuto di essere scoperto, mostrato, sintetizzato e citato: il sito deve consentire l’accesso a OAI-SearchBot.

Il controllo avviene generalmente nel file robots.txt, raggiungibile aggiungendo /robots.txt al dominio.

Una configurazione che consente l’accesso può contenere:

User-agent: OAI-SearchBot
Allow: /

Questo crawler va distinto da GPTBot, utilizzato da OpenAI per l’eventuale raccolta di contenuti destinati al miglioramento e all’addestramento dei modelli.

Un editore può quindi consentire a OAI-SearchBot di trovare e citare le proprie pagine nella ricerca, scegliendo separatamente di bloccare GPTBot quando desidera escludere i contenuti dal potenziale addestramento. OpenAI tratta questi segnali in modo indipendente.

Questa distinzione merita attenzione, perché bloccare tutti i crawler di OpenAI attraverso una regola generica può impedire anche la scoperta dei contenuti da parte di ChatGPT Search, mentre consentire OAI-SearchBot non equivale automaticamente ad autorizzare l’uso dei contenuti per l’addestramento.

OpenAI aggiunge che i collegamenti provenienti da ChatGPT Search includono normalmente il parametro utm_source=chatgpt.com, permettendo al proprietario del sito di riconoscere il traffico in ingresso attraverso strumenti come Google Analytics.

Il controllo può essere effettuato osservando le sorgenti di traffico, cercando chatgpt.com tra i referral o costruendo un segmento dedicato, tenendo presente che la citazione dentro una risposta può produrre valore anche quando la persona legge il nome, ricorda il marchio e raggiunge il sito in un momento successivo attraverso una ricerca diversa.

Perplexity distingue il crawler di ricerca dalle richieste degli utenti

Perplexity utilizza PerplexityBot per raccogliere e indicizzare contenuti destinati ai propri risultati di ricerca, dichiarando che questo crawler serve a mostrare e collegare siti nelle risposte e non viene utilizzato per addestrare i modelli fondamentali.

La documentazione ufficiale consiglia ai proprietari dei siti che desiderano apparire nei risultati di consentire l’accesso a PerplexityBot nel file robots.txt e, quando è presente un firewall applicativo o un sistema di sicurezza particolarmente restrittivo, di autorizzare anche gli indirizzi IP pubblicati ufficialmente.

La regola può essere formulata così:

User-agent: PerplexityBot
Allow: /

Perplexity utilizza anche Perplexity-User, un agente che può visitare una pagina in risposta alla richiesta specifica di una persona, per recuperare informazioni aggiornate e inserirle nella risposta con un collegamento alla fonte.

Qui emerge un problema tecnico che può passare inosservato.

Un sito protetto da Cloudflare, da un Web Application Firewall o da regole molto aggressive contro i bot potrebbe bloccare richieste legittime provenienti dagli assistenti, anche quando il file robots.txt le autorizza.

Il proprietario del sito vede la pagina online e navigabile.

Il crawler riceve un errore, una verifica automatica, un blocco o una pagina vuota.

La visibilità generativa può indebolirsi prima ancora che qualcuno cominci a discutere di contenuti.

Gemini e Google AI Mode leggono il web attraverso l’ecosistema di Google Search

Per la presenza dentro Gemini e nelle esperienze generative collegate alla ricerca di Google, il punto centrale resta la capacità del sito di essere scoperto, compreso e indicizzato da Google.

Google spiega che AI Overviews e AI Mode utilizzano contenuti presenti nell’indice di Search e che, per comparire come fonte di supporto, valgono gli stessi requisiti fondamentali della ricerca tradizionale, quindi accesso di Googlebot, indicizzazione, possibilità di mostrare uno snippet, contenuti testuali disponibili e rispetto delle norme di Search.

Il sito deve inoltre comparire tra quelli inclusi nelle funzioni generative attraverso le impostazioni disponibili in Search Console, secondo il sistema di controllo introdotto da Google nel 2026.

Per le attività locali, Google indica anche l’importanza di mantenere aggiornato il Profilo dell’attività su Google, perché le risposte generative possono integrare informazioni su aziende, servizi e luoghi presenti nell’ecosistema di Search.

Un professionista o un’impresa dovrebbe quindi controllare con attenzione nome, categoria, descrizione, sito, orari, recapiti, fotografie, servizi, recensioni e coerenza delle informazioni, perché una discrepanza tra il sito ufficiale, il profilo Google e le altre presenze pubbliche rende l’identità digitale più confusa.

Il file llms.txt, almeno per Google, non rappresenta una scorciatoia

Negli ultimi mesi si è parlato molto di llms.txt, un file pensato per offrire ai sistemi di IA una versione più ordinata dei contenuti importanti presenti su un sito.

Alcuni servizi possono utilizzarlo.

Google, nella guida ufficiale aggiornata a luglio 2026, dichiara esplicitamente di ignorare llms.txt ai fini della ricerca, comprese AI Overviews e AI Mode, aggiungendo che la sua presenza non migliora e non danneggia il posizionamento.

La scelta di creare quel file può avere senso quando esiste un servizio specifico che dichiara di leggerlo e quando il sito possiede risorse tecniche per mantenerlo aggiornato.

La priorità resta altrove.

Google deve poter leggere le pagine reali.

I contenuti principali devono essere disponibili in forma testuale.

I collegamenti devono funzionare.

Le informazioni devono essere coerenti.

Le pagine devono offrire valore.

La rincorsa al file speciale può diventare un modo elegante per rimandare il lavoro più faticoso, quello che costringe a rileggere il sito e a domandarsi se una persona, arrivando per la prima volta, riesca davvero a capire chi siamo e perché dovrebbe ascoltarci.

Google chiede contenuti che abbiano qualcosa di proprio

Una delle espressioni più interessanti della nuova guida Google riguarda i contenuti non intercambiabili, quelli che non potrebbero essere prodotti nello stesso modo da chiunque possieda un accesso a Internet o a un modello generativo.

Google invita a creare contenuti originali, utili, guidati dall’esperienza e capaci di offrire un punto di vista riconoscibile, distinguendoli dalle pagine costruite attraverso informazioni comuni, ripetute e facilmente riassumibili da qualsiasi sistema.

Questo passaggio riguarda profondamente anche il Tono Sinibaldi.

Un articolo sull’Intelligenza Artificiale può spiegare che bisogna controllare le risposte, proteggere i dati, formare i dipendenti e leggere le condizioni degli strumenti.

Sono indicazioni corrette.

Migliaia di pagine dicono la stessa cosa.

La differenza comincia quando quelle indicazioni entrano dentro una scena reale, dentro una mail inviata troppo presto, dentro un documento caricato con leggerezza, dentro una studentessa che riceve un’accusa costruita su una percentuale, dentro un’azienda che scopre di usare dieci strumenti mentre la direzione credeva di non averne autorizzato nemmeno uno.

L’esperienza, quando viene raccontata con precisione e senza inventare, produce dettagli che un contenuto generico difficilmente possiede.

Google utilizza l’espressione non-commodity content, contenuto che aggiunge esperienza, analisi, prove, punti di vista e informazioni capaci di andare oltre ciò che è già disponibile ovunque.

Questo aiuta a comprendere perché riempire un blog con cento articoli automatici, tutti costruiti attraverso lo stesso prompt e pubblicati per occupare ogni possibile parola chiave, possa produrre l’effetto opposto.

Google avverte che la generazione su larga scala di pagine prive di valore aggiunto può rientrare nelle pratiche di abuso dei contenuti scalati, anche quando la scrittura appare formalmente corretta.

L’IA può sostenere la ricerca, proporre una struttura, individuare domande, confrontare documenti e aiutare durante la revisione.

L’autore deve portare il pensiero, l’esperienza, la scelta delle fonti, il controllo e quella parte di realtà che rende il contenuto riconoscibile.

Scrivere una risposta chiara aiuta anche quando il resto dell’articolo è lungo

Un articolo può avere periodi ampi, incisi, riflessioni e un tono personale, mantenendo al proprio interno alcuni passaggi capaci di rispondere in modo diretto alle domande più importanti.

Questo equilibrio conta per il lettore, che potrebbe arrivare da una ricerca urgente e avere bisogno di trovare subito una prima risposta, poi decidere di restare per comprendere meglio.

Conta anche per i sistemi generativi, che cercano porzioni di contenuto pertinenti rispetto alla domanda e possono utilizzare una parte precisa della pagina come supporto alla risposta.

Per questo, all’interno di un articolo lungo, può essere utile inserire una definizione chiara subito dopo l’introduzione, utilizzare titoli che corrispondano alle domande reali, spiegare termini tecnici quando compaiono per la prima volta e costruire FAQ capaci di chiudere i dubbi rimasti aperti.

Google chiarisce comunque che non esiste alcun obbligo di spezzare il contenuto in frammenti minuscoli per renderlo comprensibile all’IA, perché i suoi sistemi riescono a interpretare anche pagine articolate, cogliendo passaggi rilevanti e sfumature.

La lunghezza ideale, quindi, nasce dalla domanda e dal lettore.

Un concetto semplice può vivere in cinquecento parole.

Una questione normativa, tecnica o professionale può richiederne tremila.

La pagina deve arrivare fino al punto in cui il lettore ha ricevuto ciò che cercava, evitando sia il riempimento sia quella fretta che trasforma un argomento delicato in una sequenza di consigli superficiali.

Le fonti rendono un contenuto più controllabile

Un articolo dedicato all’AI Act dovrebbe portare il lettore verso EUR-Lex, la Commissione europea, l’AI Act Service Desk, il Garante Privacy o le autorità competenti.

Un articolo su ChatGPT dovrebbe distinguere ciò che deriva dalla documentazione ufficiale di OpenAI da ciò che rappresenta un’esperienza personale, un’interpretazione o una valutazione.

Un articolo sulla SEO dovrebbe riportare le indicazioni di Google Search Central, soprattutto quando online circolano formule, trucchi e promesse difficili da verificare.

Le fonti aiutano il lettore a controllare.

Aiutano anche l’autore, perché lo costringono a separare ciò che sa, ciò che ha sperimentato, ciò che deduce e ciò che qualcuno ha dichiarato.

Un sistema generativo, quando costruisce una risposta basata sul web, cerca contenuti capaci di sostenere le proprie affermazioni, quindi una pagina aggiornata, precisa e collegata a documenti autorevoli offre un percorso di verifica più solido rispetto a una pagina che presenta ogni frase come verità senza mostrare da dove arrivi.

Questo non significa trasformare l’articolo in un deposito di collegamenti.

La fonte deve entrare nel punto giusto, sostenere una frase concreta e permettere al lettore di approfondire.

Nel mio articolo IA e ricerca: come i motori di ricerca stanno cambiando forma ho raccontato il passaggio dalla pagina dei risultati alla risposta costruita, spiegando perché, dentro questo nuovo ambiente, un contenuto deve poter essere compreso, verificato e collegato ad altre informazioni attendibili.

Il lavoro operativo comincia dopo quella consapevolezza, quando ogni articolo viene riletto e ci si domanda quali affermazioni richiedano una fonte, quali passaggi derivino dall’esperienza diretta e quali informazioni siano diventate vecchie.

La data di aggiornamento deve corrispondere a un aggiornamento reale

Scrivere “aggiornato al 2026” nel titolo può attirare l’attenzione.

La data acquista valore quando il contenuto è stato realmente controllato.

Un articolo sui modelli di IA, sulle regole, sui prezzi, sulle funzioni degli strumenti, sulla disponibilità di un prodotto o sulle caratteristiche di una piattaforma può invecchiare in poche settimane.

Google consiglia di mantenere le informazioni aggiornate e scoraggia il cambiamento artificiale della data quando la pagina non ha ricevuto modifiche sostanziali. La qualità percepita dipende anche dalla capacità del contenuto di rappresentare la situazione attuale.

Un aggiornamento serio può comprendere la verifica dei link, la sostituzione delle fonti superate, la correzione di date, nomi e funzioni, l’aggiunta di un nuovo passaggio, l’eliminazione di ciò che ha perso validità e una nota che spieghi al lettore che cosa è cambiato.

Questo aspetto diventa particolarmente importante nei contenuti destinati anche agli assistenti IA, perché una pagina vecchia, lasciata online senza contesto, può continuare a essere trovata e utilizzata insieme a fonti più recenti, creando una sovrapposizione che indebolisce l’intero sito.

Dire con chiarezza chi ha scritto il contenuto

Google incoraggia l’inserimento di informazioni accurate sull’autore, soprattutto nei contenuti nei quali un lettore potrebbe ragionevolmente chiedersi chi abbia scritto, quali competenze possieda e perché dovrebbe essere considerato affidabile.

Una firma, da sola, racconta poco.

La firma dovrebbe portare a una pagina autore completa, con una biografia coerente, esperienza, ambito di attività, pubblicazioni, collaborazioni e, quando esistono, riferimenti pubblici verificabili.

Nel caso di un professionista, può essere utile collegare il profilo ai corsi, agli articoli, ai libri, alle interviste e alle pagine istituzionali che confermano il percorso.

I dati strutturati di tipo Article possono indicare titolo, autore, data di pubblicazione, data di modifica e immagine, mentre il markup ProfilePage può aiutare Google a comprendere meglio la pagina dedicata all’autore. Google precisa che i dati strutturati devono corrispondere a ciò che il visitatore vede realmente nella pagina.

Questa coerenza impedisce di utilizzare il markup come un’etichetta invisibile, aggiungendo qualifiche, recensioni o informazioni che il lettore non può trovare nel contenuto.

La tecnologia dovrebbe descrivere la realtà.

Quando prova a sostituirla, prima o poi la distanza emerge.

I collegamenti interni costruiscono un percorso, oltre alla SEO

Un articolo isolato può rispondere bene a una domanda.

Una rete di contenuti collegati permette di comprendere un’intera area di competenza.

Questo articolo, per esempio, si collega alla riflessione su come l’IA sta cambiando i motori di ricerca, alla pagina che spiega che cos’è il Metodo Sinibaldi, all’articolo dedicato al rischio di dipendere da una sola Intelligenza Artificiale e alla pagina che raccoglie il blog sull’Intelligenza Artificiale applicata al lavoro.

Il collegamento interno dovrebbe nascere nel punto in cui il lettore può aver bisogno di continuare.

La frase “clicca qui” comunica molto poco.

Un testo come “leggi l’articolo sulla formazione obbligatoria nell’uso dell’IA” chiarisce il contenuto della pagina collegata e offre anche ai motori un contesto più preciso.

Google include i link interni tra le pratiche fondamentali per rendere le pagine rintracciabili, raccomandando collegamenti crawlable e testi descrittivi.

Anche qui serve misura.

Inserire dieci collegamenti nello stesso paragrafo può rendere la lettura faticosa.

Lasciare una pagina senza alcun collegamento la trasforma in un vicolo cieco.

Il sito dovrebbe somigliare a una conversazione ben costruita, nella quale ogni risposta apre, quando serve, la porta verso il passaggio successivo.

Le menzioni esterne aiutano quando raccontano qualcosa di vero

Un sito può dichiarare di essere autorevole.

La conferma acquista un peso diverso quando arriva anche da fonti indipendenti.

Una testata giornalistica che cita il professionista.

Un ordine professionale che pubblica il programma del corso.

Un’azienda che presenta una collaborazione.

Un’associazione che racconta un evento.

Un editore che collega il nome dell’autore a un libro.

Una pagina istituzionale che documenta un incarico.

Questi segnali aiutano le persone a verificare un percorso e possono contribuire, per inferenza, a rendere più chiara la relazione tra il nome, l’attività e l’argomento trattato.

Google ricorda però che cercare menzioni artificiali, acquistare citazioni senza valore o creare presenze false sul web rappresenta una strategia debole, perché i sistemi di ricerca puntano sulla qualità e contrastano le pratiche manipolative.

La rassegna stampa, quindi, dovrebbe raccogliere articoli veri.

Le collaborazioni dovrebbero portare a pagine verificabili.

I loghi dovrebbero corrispondere a rapporti reali.

Le recensioni dovrebbero provenire da persone che hanno vissuto l’esperienza.

L’IA può leggere molti segnali.

La coerenza tra quei segnali nasce ancora dal modo in cui una persona ha lavorato.

Le immagini e i video possono ampliare le possibilità di apparire

La ricerca generativa sta diventando sempre più multimodale, perché una persona può scrivere una domanda, utilizzare la voce, caricare un’immagine o cercare informazioni partendo da ciò che vede.

Google consiglia di accompagnare il testo, quando ha senso, con immagini e video originali, pertinenti e di buona qualità, seguendo le pratiche già previste per la SEO visuale.

Un’immagine dovrebbe possedere un nome file comprensibile, un testo alternativo coerente, una didascalia quando aggiunge informazioni e una dimensione che non rallenti inutilmente la pagina.

Un video dovrebbe essere inserito dentro un contenuto che ne spiega il contesto, con titolo, descrizione, eventuale trascrizione e dati strutturati appropriati quando disponibili.

L’immagine generica acquistata da una banca dati può decorare la pagina.

Una fotografia reale del corso, una schermata commentata, un diagramma originale, un esempio di documento, un breve video nel quale l’autore spiega un concetto o risponde a una domanda portano dentro il sito qualcosa che appartiene davvero a quell’esperienza.

Anche la SEO per l’IA, alla fine, incontra spesso questa parola.

Realtà.

Le FAQ aiutano quando rispondono a dubbi veri

Una sezione con le domande frequenti può permettere al lettore di trovare risposte rapide e può rendere più espliciti alcuni passaggi del contenuto.

La qualità dipende dalle domande.

“Perché scegliere la nostra azienda leader?”

“Quali sono i nostri servizi innovativi?”

“Come possiamo aiutarti a raggiungere il successo?”

Queste formule raccontano il desiderio di vendere.

Una persona, molto più probabilmente, cerca altro.

“Quanto tempo serve perché una nuova pagina venga indicizzata?”

“ChatGPT può trovare il mio sito se blocco GPTBot?”

“Devo creare il file llms.txt?”

“Come controllo se Perplexity visita le mie pagine?”

“Un articolo scritto con l’IA può posizionarsi su Google?”

Le FAQ dovrebbero nascere dalle conversazioni con i clienti, dalle query presenti in Search Console, dalle email ricevute, dalle domande durante i corsi, dai commenti e dai dubbi che tornano più spesso.

Quando una domanda esiste davvero, anche la risposta acquista un’altra profondità.

La SEO per IA non richiede di scrivere come una macchina

Google chiarisce che non serve riscrivere i contenuti utilizzando uno stile artificiale, ripetere ogni possibile variante della parola chiave o dividere le pagine in frammenti costruiti esclusivamente per i modelli generativi, perché i sistemi comprendono sinonimi, significati e relazioni tra concetti anche quando l’espressione usata dalla persona non coincide esattamente con quella presente nella pagina.

Questo passaggio libera la scrittura da un equivoco.

Un articolo può conservare una voce.

Può utilizzare incisi, episodi, dialoghi, metafore, pause e periodi lunghi.

Deve però mantenere una direzione comprensibile, evitando che lo stile nasconda l’informazione o costringa il lettore a cercare per dieci minuti una risposta che poteva essere espressa con chiarezza.

La parola chiave resta utile nel titolo, nel primo paragrafo, in alcuni sottotitoli, nella meta description, nell’URL e nei passaggi in cui compare naturalmente.

La ripetizione forzata indebolisce il testo.

L’identità dell’autore, quando è vera, può diventare proprio quella parte che distingue una pagina da centinaia di contenuti corretti, ordinati e dimenticabili.

Scrivere cento articoli simili rischia di indebolire il sito

Quando si scopre che i sistemi generativi scompongono le domande in molte ricerche, la tentazione può essere quella di creare una pagina per ogni variante.

“Come apparire su ChatGPT.”

“Come farsi trovare da ChatGPT.”

“Come essere citati da ChatGPT.”

“Come entrare nelle risposte di ChatGPT.”

“Come posizionarsi su ChatGPT.”

Cinque titoli diversi possono portare a cinque articoli quasi identici, costruiti intorno alla stessa intenzione di ricerca.

Google raccomanda di evitare la produzione di numerose pagine create soltanto per intercettare tutte le possibili variazioni, perché i suoi sistemi comprendono la rilevanza anche in assenza di una corrispondenza letterale e perché l’accumulo di contenuti ripetitivi può rientrare nelle pratiche manipolative.

Una pagina completa, aggiornata, ben collegata e capace di rispondere a diverse sfumature della stessa domanda possiede spesso più valore di dieci articoli che si sovrappongono.

Prima di pubblicare un nuovo contenuto, conviene cercare dentro il proprio sito, controllare ciò che esiste già e scegliere se creare una pagina nuova, ampliare quella precedente o costruire un articolo più specifico, destinato a un bisogno realmente diverso.

Il blog di Antonio Sinibaldi è stato organizzato in percorsi proprio per evitare che ogni tema viva da solo, aiutando aziende, professionisti e lettori a passare dall’AI Act alla formazione, dal prompt al controllo umano, dagli strumenti ai processi e dai rischi alla responsabilità.

Il 3 giugno 2026 Google ha introdotto un report dedicato alla visibilità generativa

Per molto tempo, una delle difficoltà principali consisteva nel capire se un sito apparisse dentro AI Overviews e AI Mode, perché i dati venivano inclusi nel rapporto generale di Search Console senza offrire una vista separata.

Il 3 giugno 2026 Google ha annunciato i nuovi Search Generative AI Performance Reports, con sezioni dedicate alle impressioni ottenute nelle funzioni generative di Search e Discover.

Il report mostra quante volte gli URL del sito sono comparsi nelle esperienze generative, quali pagine hanno ottenuto visibilità, i Paesi, i dispositivi utilizzati e l’andamento nel tempo.

Google sta distribuendo la funzione inizialmente a un sottoinsieme di siti, quindi molti proprietari potrebbero ancora non trovarla nel proprio account.

Quando il report sarà disponibile, sarà utile osservare quali articoli compaiono più spesso, quali temi ricevono impressioni, quali pagine vengono ignorate e come cambia la visibilità dopo un aggiornamento importante.

Il dato dovrà comunque essere interpretato con attenzione.

Un’impressione dentro una risposta IA non produce automaticamente un clic.

La persona può leggere il nome della fonte, ottenere già una parte della risposta, aprire il sito, cercarlo in seguito o scegliere un altro collegamento.

La misurazione della SEO generativa richiede quindi uno sguardo più ampio, capace di considerare impressioni, traffico referral, ricerche del nome, richieste di contatto, conversioni assistite e crescita complessiva della riconoscibilità.

Come controllare se ChatGPT sta portando persone sul sito

OpenAI inserisce nei collegamenti provenienti da ChatGPT Search il parametro utm_source=chatgpt.com, proprio per permettere ai proprietari dei siti di riconoscere il traffico attraverso gli strumenti di analisi.

Dentro Google Analytics 4 si può osservare il rapporto sull’acquisizione del traffico, cercare chatgpt.com tra le sorgenti e controllare quali pagine hanno ricevuto visite, quanto tempo le persone hanno trascorso sul sito e quali azioni hanno compiuto.

Si possono inoltre cercare referral provenienti da Perplexity e da altri assistenti, verificando la denominazione con cui vengono registrati e ricordando che alcuni accessi potrebbero essere attribuiti in modo incompleto, diretto o attraverso browser e sistemi che limitano i dati di provenienza.

Anche i file di log del server possono mostrare il passaggio dei crawler, permettendo di verificare se OAI-SearchBot, PerplexityBot e Googlebot riescono a raggiungere le pagine.

Questo controllo richiede competenze tecniche o il supporto di chi gestisce hosting, CDN e sicurezza, però può risolvere una domanda importante: il sistema non cita il sito perché il contenuto viene considerato poco rilevante oppure perché non riesce nemmeno a leggerlo?

Come trasformare un sito professionale in una fonte

Il lavoro potrebbe cominciare dalla pagina iniziale, rileggendo ogni frase e chiedendosi se racconti davvero l’attività oppure se appartenga a quel linguaggio generico che riempie molti siti senza aiutare nessuno a comprenderli.

Poi entrano la pagina autore, i servizi, le collaborazioni, le testimonianze, i corsi, gli articoli, le fonti, i collegamenti interni, i dati strutturati, Search Console, i crawler, la velocità, le immagini e i profili pubblici.

Tutto deve raccontare una storia coerente.

Una persona che cerca un formatore sull’Intelligenza Artificiale dovrebbe poter capire quali percorsi conduce, con quali aziende e organizzazioni ha lavorato, quale metodo utilizza, quali temi affronta, quali articoli ha pubblicato, quali libri ha scritto e quale responsabilità assume rispetto alle informazioni diffuse.

Un sistema di ricerca dovrebbe poter trovare quelle stesse informazioni in forma chiara, testuale, accessibile e collegata.

La formazione IA per aziende dovrebbe dialogare con il Metodo Sinibaldi.

Il Metodo dovrebbe essere visibile negli articoli.

Gli articoli dovrebbero mostrare le fonti.

La biografia dovrebbe confermare l’esperienza.

Le pagine esterne dovrebbero documentare le collaborazioni reali.

La presenza online comincia a diventare forte quando ogni parte sostiene le altre, senza dover inventare una versione differente di sé in base alla pagina che si sta leggendo.

Il sito deve offrire qualcosa che la risposta sintetica non può contenere

Una risposta generata dall’IA può riassumere una norma, confrontare cinque strumenti, indicare alcuni passaggi, estrarre una definizione e suggerire una prima direzione.

La persona aprirà la fonte quando percepirà che, dentro quella pagina, esiste qualcosa che merita di essere approfondito.

Un’esperienza reale.

Un caso completo.

Una tabella utile.

Un documento scaricabile.

Una guida dettagliata.

Una posizione riconoscibile.

Una spiegazione capace di affrontare anche i dubbi.

Una fotografia.

Un video.

Un metodo.

La pagina deve quindi continuare il lavoro iniziato dalla risposta generativa, portando il lettore verso una profondità che la sintesi, per sua natura, lascia fuori.

Quando un articolo ripete esattamente le stesse informazioni che l’utente ha già letto dentro ChatGPT, Perplexity o Google AI Mode, il motivo per aprire il collegamento si riduce.

Quando l’articolo contiene esperienza, esempi, strumenti, passaggi verificabili e una voce che si assume la responsabilità di ciò che dice, il clic acquista un senso diverso.

Domande frequenti sulla SEO per ChatGPT, Gemini, Perplexity e Google AI Mode

Come faccio ad apparire nelle risposte di ChatGPT?

Il sito deve essere pubblico, accessibile e rilevante per la domanda. OpenAI raccomanda di consentire l’accesso a OAI-SearchBot nel file robots.txt, così ChatGPT Search può scoprire, sintetizzare e citare i contenuti.

Posso chiedere a OpenAI di inserire il mio sito nelle risposte?

OpenAI non offre un modulo per richiedere una posizione o una citazione. Qualsiasi sito pubblico può apparire quando il contenuto risulta accessibile, pertinente e selezionato dal sistema per sostenere la risposta.

Devo consentire anche GPTBot?

OAI-SearchBot riguarda la ricerca e la citazione dei contenuti, mentre GPTBot riguarda il possibile utilizzo per l’addestramento dei modelli. I due crawler possono essere gestiti separatamente nel file robots.txt.

Come faccio ad apparire su Perplexity?

Perplexity raccomanda di consentire l’accesso a PerplexityBot e, quando il sito utilizza un firewall, di autorizzare gli indirizzi IP ufficiali pubblicati nella propria documentazione.

Come si appare in Google AI Overviews e AI Mode?

La pagina deve essere indicizzata, idonea a comparire in Google Search con uno snippet, tecnicamente accessibile e conforme alle norme di Search. Google dichiara che non esistono requisiti tecnici aggiuntivi specifici per le funzioni generative.

Serve il file llms.txt per Google?

Google dichiara di non utilizzare llms.txt per Search, AI Overviews o AI Mode. Il file non migliora e non peggiora il posizionamento su Google.

Esiste uno schema speciale per la SEO IA?

Google non richiede dati strutturati speciali per le funzioni generative. I normali markup ArticleOrganizationPersonProfilePageLocalBusiness e gli altri tipi pertinenti possono aiutare a descrivere il contenuto, purché corrispondano alle informazioni realmente visibili.

Gli articoli scritti con l’IA possono posizionarsi?

Google valuta la qualità, l’utilità e il valore del contenuto, indipendentemente dallo strumento utilizzato durante la produzione. La pubblicazione su larga scala di pagine generate senza un contributo originale può violare le norme contro l’abuso dei contenuti scalati.

Le FAQ aiutano a essere citati dall’Intelligenza Artificiale?

Le FAQ possono rendere più chiare le risposte a dubbi specifici, soprattutto quando derivano da domande reali e contengono informazioni precise. Google non richiede una struttura FAQ per comparire nelle funzioni generative.

Come controllo se il mio sito appare nelle funzioni IA di Google?

Google ha introdotto nel giugno 2026 un report dedicato alla visibilità generativa dentro Search Console, attualmente distribuito soltanto a una parte dei siti.

Come controllo il traffico proveniente da ChatGPT?

OpenAI aggiunge utm_source=chatgpt.com ai collegamenti di ChatGPT Search. Il traffico può essere analizzato attraverso Google Analytics o altri strumenti, cercando ChatGPT tra le sorgenti e i referral.

Quanto tempo serve per apparire nelle risposte IA?

Non esiste un tempo garantito. La scansione, l’indicizzazione, la rilevanza del contenuto, l’autorevolezza della fonte, la concorrenza e il tipo di domanda incidono sulla possibilità e sui tempi di comparsa.

Fonti ufficiali utilizzate

Google Search Central – Optimizing your website for generative AI features

Google Search Central – AI features and your website

Google Search Central – Creating helpful, reliable, people-first content

Google Search Central – Using generative AI content on websites

Google Search Central – Search Generative AI performance reports

Google Search Console – Generative AI performance report

Google Search Central – Article structured data

Google Search Central – ProfilePage structured data

OpenAI – Publishers and Developers FAQ

Perplexity – Perplexity Crawlers

Qualche anno fa, lavorando sulla SEO, guardavamo soprattutto una pagina di risultati, una posizione, una parola chiave, un numero dentro Search Console, poi provavamo a capire quante persone avessero cliccato e quante fossero arrivate fino al contatto.

Oggi, tra quella domanda e il nostro sito, può esserci una risposta già costruita, capace di sintetizzare più fonti, confrontare esperienze, estrarre definizioni, suggerire nomi e accompagnare la persona fino a una prima decisione, spesso prima che abbia aperto una sola pagina.

Dentro questo cambiamento, la visibilità richiede qualcosa di più profondo della semplice presenza online, perché bisogna diventare comprensibili, riconoscibili, controllabili, abbastanza solidi da sostenere una risposta e abbastanza umani da offrire, dopo il clic, ciò che la sintesi non è riuscita a contenere.

Il sito, in fondo, deve riuscire a raccontare chi siamo anche quando non siamo lì a spiegare, collegando il nostro nome a un lavoro preciso, il lavoro a esperienze vere, le esperienze a fonti verificabili e le parole a una responsabilità che continuiamo ad assumerci anche dopo aver premuto “Pubblica”.

Forse è proprio questo il punto più importante della SEO nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, diventare una fonte che una macchina può trovare, che una persona può controllare e che entrambe, per ragioni diverse, possono scegliere di ascoltare.

Antonio Sinibaldi è formatore e docente di intelligenza artificiale, specializzato nell’uso consapevole dell’IA, nel ragionamento umano e nella responsabilità professionale. Formatore in Intelligenza Artificiale per aziende e professionisti. Docente del corso IA per l’Istituto Nazionale Tributaristi. Autore della collana IA PRATICA.

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