Per anni abbiamo scritto contenuti cercando di capire come farli trovare da Google.
Titolo.
Keyword.
Struttura.
Link interni.
Velocità.
Indicizzazione.
Autorevolezza.
Risposta all’intento di ricerca.
Poi è arrivata l’Intelligenza Artificiale generativa e qualcuno ha cominciato a raccontare che tutto questo fosse improvvisamente vecchio.
Adesso bisogna fare GEO.
Oppure AEO.
Scrivere per gli LLM.
Creare file llms.txt.
Spezzare gli articoli in piccoli blocchi perché l’IA possa “leggerli meglio”.
Ripetere domande in decine di varianti.
Inserire particolari markup.
Farsi nominare ovunque.
Cambiare completamente il modo di scrivere.
Il problema è che, quando una tecnologia cambia velocemente, insieme alle opportunità crescono anche le teorie.
Alcune hanno senso.
Altre sono ipotesi.
Altre ancora diventano servizi da vendere prima ancora di essere state dimostrate.
Nel maggio 2026 Google ha pubblicato una guida ufficiale dedicata proprio all’ottimizzazione dei siti per le funzioni di ricerca basate sull’IA generativa, comprese AI Overview e AI Mode.
La risposta di Google, ridotta all’essenziale, è molto meno spettacolare di quanto qualcuno avrebbe sperato:
la SEO continua a servire.
Non serve inventare una SEO completamente nuova per l’Intelligenza Artificiale.
Serve farla meglio.
A questa, però, dobbiamo aggiungere una seconda trasformazione.
Google non è più l’unico luogo nel quale una persona può cercare una risposta.
Può chiedere a ChatGPT.
A Gemini.
A Perplexity.
A Copilot.
A Claude.
Può ricevere direttamente una sintesi senza visitare dieci risultati.
Può approfondire con una seconda domanda.
Poi una terza.
La ricerca, quindi, non sta scomparendo.
Sta cambiando forma.
La domanda interessante per chi possiede un sito diventa questa:
come scrivo oggi un contenuto che sia davvero utile a una persona, comprensibile a Google e abbastanza solido da poter essere recuperato e citato anche da un sistema di Intelligenza Artificiale?
Qui comincia il lavoro.
Prima togliamo di mezzo una confusione: SEO, AEO e GEO
SEO significa Search Engine Optimization.
AEO viene utilizzato per Answer Engine Optimization.
GEO per Generative Engine Optimization.
I nomi descrivono una trasformazione reale: le persone non cercano più informazioni soltanto attraverso la vecchia pagina con dieci link blu.
Su questo non c’è molto da discutere.
Il problema nasce quando da questa trasformazione si passa alla conclusione:
“Serve una tecnica completamente diversa dalla SEO”.
Per Google, almeno, questa affermazione non è corretta.
Nella propria guida ufficiale del 2026 Google dice espressamente che le funzionalità generative della Ricerca continuano a poggiare sui sistemi principali di ranking e qualità della Ricerca stessa.
AI Overview e AI Mode non vivono fuori da Google Search.
Utilizzano anche contenuti recuperati dall’indice di Google per costruire risposte fondate su informazioni presenti sul web.
Google utilizza, fra le altre tecniche, la RAG, Retrieval-Augmented Generation, per recuperare pagine pertinenti e aggiornate dall’indice e utilizzarle come supporto alla risposta generativa.
Utilizza anche quella che chiama query fan-out.
Questo secondo concetto è particolarmente interessante.
Una domanda oggi può diventare molte domande
Immaginiamo che una persona cerchi:
“Come introdurre l’Intelligenza Artificiale nella mia azienda?”
Dietro questa domanda potrebbero nascondersene molte altre.
Quali strumenti scegliere?
Quali dati posso utilizzare?
Serve una policy?
Devo formare i dipendenti?
Cosa prevede l’AI Act?
Come verifico le risposte?
Quali processi posso automatizzare?
Come evito che i dipendenti usino account personali?
Quanto costa?
Quali rischi esistono?
Google spiega che nelle esperienze generative il sistema può generare contemporaneamente query correlate per recuperare ulteriori informazioni necessarie a costruire una risposta più completa.
Qui qualcuno potrebbe essere tentato di dire:
“Perfetto. Allora creo una pagina per ognuna delle cento possibili domande”.
Google dice praticamente il contrario.
Creare grandi quantità di pagine per intercettare artificialmente ogni possibile variazione della ricerca non è la strada.
Il sistema è capace di comprendere significati, sinonimi, argomenti collegati e sfumature anche quando le parole utilizzate nella pagina non corrispondono esattamente alla query dell’utente.
Questo, secondo me, cambia il modo in cui dobbiamo pensare un articolo.
Non dobbiamo riempirlo di cento keyword.
Dobbiamo conoscere abbastanza bene il problema da rispondere anche alle domande che nasceranno dopo la prima.
Questo è molto più difficile.
Fortunatamente è anche molto più umano.
La vera parola nuova non è GEO. È “non-commodity”
C’è un’espressione utilizzata da Google nella guida del 2026 che considero molto più interessante di qualsiasi acronimo.
Google parla di non-commodity content.
Contenuti non intercambiabili.
Proviamo a capirci.
Scrivo un articolo:
“10 vantaggi dell’Intelligenza Artificiale per le aziende”.
Potremmo immaginare già cosa contiene.
Risparmio di tempo.
Automazione.
Riduzione dei costi.
Analisi dei dati.
Personalizzazione.
Produttività.
Innovazione.
Altri quattro punti per arrivare a dieci.
Quel contenuto può essere scritto da me.
Da un’altra persona.
Da un’agenzia.
Da ChatGPT.
Da Gemini.
Da Claude.
Tra cinque minuti ne possiamo generare cento versioni formalmente differenti e sostanzialmente uguali.
Quello è contenuto commodity.
Non necessariamente falso.
Non necessariamente brutto.
Semplicemente sostituibile.
Ora prendiamo una domanda diversa:
“Ho formato 40 dipendenti sull’IA: ecco i 7 errori che continuano a commettere dopo il corso”.
Qui cambia tutto.
Ci sono un’esperienza.
Un campione reale.
Errori osservati.
Un punto di vista.
Probabilmente alcuni esempi.
Forse una conclusione che non troveremo scritta nello stesso modo altrove.
Una macchina può aiutarci a strutturare quell’articolo.
Non può avere vissuto al nostro posto quelle quaranta persone.
Questo è il territorio che dobbiamo iniziare a presidiare.
Google dice chiaramente che i suoi sistemi IA prendono in considerazione una varietà di fonti e che può essere utile offrire un punto di vista unico, basato sulla propria conoscenza o esperienza diretta, invece di limitarsi a riassumere ciò che Internet dice già.
La frase che userei come regola editoriale è questa:
prima di pubblicare chiediamoci: questo articolo contiene qualcosa che esiste perché l’ho scritto io, oppure avrebbe potuto scriverlo chiunque?
Questa domanda, oggi, vale per Google.
Vale ancora di più per l’IA.
L’Intelligenza Artificiale ha reso più facile scrivere. Quindi scrivere non basta più
Qui c’è un paradosso.
Fino a qualche anno fa produrre un articolo di duemila parole richiedeva tempo.
Ricerca.
Scrittura.
Revisione.
Competenze.
Oggi posso aprire un sistema generativo e chiedere:
“Scrivimi 2.000 parole sulla cybersecurity nelle PMI”.
Pochi secondi.
Posso chiedergli altri dieci articoli.
Poi cinquanta.
Poi cinquecento.
La quantità di testo disponibile sul web può crescere molto più velocemente della quantità di conoscenza originale.
Google conosce bene questo problema.
Le sue linee guida sull’utilizzo di contenuti generati con IA non dicono che utilizzare l’Intelligenza Artificiale per scrivere sia automaticamente penalizzante.
Dicono qualcosa di più sensato.
L’IA può essere utile per la ricerca, l’organizzazione e la creazione dei contenuti, ma produrre grandi quantità di pagine senza valore aggiunto per gli utenti può violare le norme contro l’abuso di contenuti su larga scala.
Quindi la domanda:
“Google penalizza gli articoli scritti con ChatGPT?”
è posta male.
La domanda dovrebbe essere:
“Questo articolo aggiunge realmente qualcosa oppure sto usando ChatGPT per produrre cento pagine che nessuno avrebbe motivo di leggere?”
È una differenza enorme.
Io utilizzo l’Intelligenza Artificiale.
La insegno.
La studio.
La porto dentro aziende, studi professionali e organizzazioni.
Sarebbe assurdo sostenere che non debba essere utilizzata anche nella costruzione di un contenuto.
Il problema arriva quando smettiamo di essere autori e diventiamo semplicemente il pulsante “Pubblica” dell’IA.
Qui torna ancora una volta il Metodo Sinibaldi.
L’IA può aiutare nella ricerca.
Può trovare angoli che non avevamo considerato.
Può controllare la struttura.
Può suggerire domande.
Può confrontare fonti.
Può aiutarci con la SEO.
Può persino criticare ciò che abbiamo scritto.
Alla fine, però, il contenuto deve avere qualcosa di nostro.
Esperienza.
Competenza.
Scelta.
Verifica.
Voce.
Responsabilità.
Altrimenti stiamo soltanto aggiungendo testo a un web che ne ha già troppo.
1. Parti dalla domanda vera del lettore, non dalla keyword
La keyword serve ancora.
Non la eliminerei affatto.
Serve capire come le persone cercano un problema.
Serve costruire titoli comprensibili.
Serve utilizzare parole che permettano a Google di interpretare correttamente il contenuto.
Google stesso continua a suggerire di utilizzare nelle parti importanti della pagina le parole che le persone userebbero per cercare quell’informazione.
Il problema nasce quando la keyword diventa il motivo per cui l’articolo esiste.
Mettiamo che la frase chiave sia:
“AI Policy aziendale”.
Posso scrivere un articolo pensando:
“Devo mettere AI Policy aziendale nel titolo, nell’introduzione, in tre H2, nella meta description e altre dodici volte nel testo”.
Oppure posso domandarmi:
“Una persona che cerca AI Policy aziendale, cosa vuole capire davvero?”
Probabilmente:
cos’è;
se è obbligatoria;
chi dovrebbe scriverla;
cosa deve contenere;
quali strumenti autorizzare;
come gestire i dati;
come formare i dipendenti;
come controllare gli output;
come aggiornarla.
A quel punto la keyword resta.
Il contenuto, però, nasce dal bisogno.
È esattamente il percorso che abbiamo seguito parlando di AI literacy e formazione nelle aziende: partire dal problema reale produce quasi naturalmente anche le domande correlate che una persona farà dopo.
La SEO smette di essere un esercizio di ripetizione.
Diventa comprensione.
2. Rispondi presto, poi approfondisci
Una cosa che farei sempre più spesso negli articoli è non costringere il lettore a percorrere mille parole prima di capire la risposta.
Se il titolo dice:
“ChatGPT può usare i miei dati per addestrare i modelli?”
nelle prime righe dobbiamo dare una risposta.
Poi possiamo spiegare.
Distinguere i piani.
Aggiungere eccezioni.
Mostrare le impostazioni.
Inserire le fonti.
Costruire il ragionamento.
Il lettore non dovrebbe essere tenuto in ostaggio per aumentare il tempo di permanenza.
Questo aiuta anche i sistemi che devono comprendere il contenuto.
Titolo chiaro.
Prima risposta chiara.
Poi profondità.
Google, tra l’altro, dice di organizzare i contenuti in modo utile per le persone, attraverso paragrafi, sezioni e titoli che permettano di navigare facilmente la pagina.
Non significa trasformare ogni articolo in un manuale tecnico.
Significa rispettare chi legge.
3. Ogni H2 dovrebbe risolvere un pezzo del problema
Qui possiamo essere estremamente operativi.
Guardiamo un titolo:
“Cosa non inserire in ChatGPT: dati, documenti e informazioni aziendali da trattare con attenzione”.
Gli H2 non dovrebbero essere decorativi.
Dovrebbero costruire la risposta.
“Posso inserire dati personali?”
“Contratti e documenti riservati”
“Curriculum e informazioni sui candidati”
“ChatGPT Plus e Business sono la stessa cosa?”
“Cosa cambia con la Chat temporanea?”
“Cosa succede ai file?”
Ogni sezione può vivere quasi come una risposta autonoma e, contemporaneamente, fare parte di un ragionamento più grande.
Questa struttura ha senso per una persona.
Ha senso anche per un motore di ricerca.
Ha senso per un sistema generativo che sta cercando la parte della pagina pertinente a una domanda.
La cosa importante è non farlo artificialmente.
Google dice esplicitamente che non serve “spezzettare” i contenuti in minuscoli frammenti per renderli comprensibili all’IA.
Non esiste una lunghezza ideale imposta per le pagine.
Un argomento semplice può richiedere 600 parole.
Uno complesso può richiederne 4.000.
La lunghezza giusta è quella necessaria per lasciare il lettore con una risposta sufficiente.
4. Scrivi ciò che sai davvero, non soltanto ciò che hai trovato
Questo, per me, sarà sempre più importante.
Se scrivo un articolo sull’AI literacy posso leggere il Regolamento.
Le FAQ della Commissione.
Le linee guida.
Gli articoli degli esperti.
Poi posso fare qualcosa che una sintesi generativa non possiede automaticamente.
Posso raccontare cosa accade quando entro in aula.
Quali domande mi fanno.
Quali errori ritornano.
Dove le persone confondono la capacità di usare ChatGPT con la capacità di usarlo professionalmente.
Quale esercizio funziona.
Quale non funziona.
Quali resistenze incontro.
Questa è esperienza.
Google, nelle linee guida sui contenuti utili, continua a richiamare esperienza, competenza, autorevolezza e affidabilità attraverso il concetto di E-E-A-T.
Non è una checklist matematica.
Google chiarisce anche che E-E-A-T non è un singolo fattore di ranking.
È un modo utile per capire il tipo di contenuto che ispira fiducia.
A me interessa soprattutto un’altra domanda proposta da Google:
chi ha creato il contenuto, come è stato creato e perché è stato creato?
Chi.
Come.
Perché.
Sono tre domande molto più interessanti della densità della keyword.
5. Metti nome e competenza dell’autore dove hanno senso
Su questo il blog che stiamo costruendo deve essere molto chiaro.
Un articolo sull’Intelligenza Artificiale non dovrebbe apparire come testo anonimo piovuto sul sito.
Nome dell’autore.
Bio.
Esperienza.
Collegamento alla pagina personale.
Altri contenuti sullo stesso argomento.
Fonti utilizzate.
Eventuale data di aggiornamento quando il tema cambia nel tempo.
Non perché mettere una bio produca magicamente posizionamento.
Perché aiuta una persona a capire chi sta parlando.
Google stesso raccomanda di rendere evidente chi ha creato un contenuto quando il lettore si aspetta di saperlo e suggerisce che la firma possa portare a ulteriori informazioni sull’autore.
Questa è una delle ragioni per cui alla fine di questi articoli inserisco sempre la bio autore.
Non è una formalità.
È parte del contesto.
6. Le fonti sono diventate ancora più importanti
Qui l’arrivo dell’IA dovrebbe farci diventare più rigorosi, non meno.
Un articolo afferma:
“Dal 2 agosto 2026 tutte le aziende devono…”
Fonte?
“Uno studio dimostra che il 78% dei lavoratori…”
Quale studio?
“Google ha cambiato il proprio algoritmo…”
Dove lo ha comunicato?
“ChatGPT conserva i file per…”
In quale documentazione è scritto?
Quando possibile, io partirei dalla fonte primaria.
Google Search Central per Google.
OpenAI per ChatGPT.
EUR-Lex per un regolamento europeo.
Commissione Europea.
EDPB.
ISTAT.
Normattiva.
Gazzetta Ufficiale.
Documentazione originale del prodotto.
Poi, naturalmente, utilizzeremo anche fonti secondarie quando servono analisi e interpretazioni.
La fonte primaria, però, ci permette di costruire una base.
Questo principio vale anche nell’uso quotidiano dell’IA e ne ho parlato approfonditamente nel primo articolo di questa serie dedicato a come verificare una risposta dell’Intelligenza Artificiale prima di utilizzarla.
Un contenuto citabile deve prima essere un contenuto credibile.
7. Costruisci collegamenti interni che abbiano un senso
Qui torniamo alla SEO classica.
Il link interno continua ad avere valore.
Non soltanto tecnico.
Serve a costruire percorsi.
Questo articolo parla di contenuti e IA.
Se nomino il Metodo Sinibaldi, posso collegarlo.
Se parlo di AI literacy, posso portare il lettore all’approfondimento.
Se parlo del rischio di affidarsi sempre allo stesso strumento, posso rimandare all’articolo su perché dipendere da una sola Intelligenza Artificiale può diventare un rischio.
Se parlo di scansione del sito, posso tornare a un tema che affrontavo già anni fa nell’articolo su come aumentare il Crawl Budget del sito web e piacere a Google, naturalmente rileggendolo oggi alla luce dell’evoluzione avvenuta nel frattempo.
Il punto non è inserire cinque link perché un plugin SEO ci suggerisce di farlo.
Il punto è permettere al lettore di continuare il ragionamento.
Un sito dovrebbe assomigliare sempre meno a una pila di articoli.
Dovrebbe diventare una biblioteca nella quale i libri sanno dove sono gli altri libri.
8. Il robots.txt adesso merita una nuova attenzione
Qui arriviamo a una parte particolarmente pratica.
Nel 2021 scrivevo già del file robots.txt e degli errori SEO da evitare.
Allora il ragionamento ruotava soprattutto intorno ai motori di ricerca tradizionali.
Oggi il panorama si è allargato.
OpenAI utilizza un crawler chiamato OAI-SearchBot per supportare la possibilità che i contenuti pubblici vengano scoperti e mostrati nella ricerca di ChatGPT.
OpenAI dice chiaramente che, se vogliamo favorire la presenza dei contenuti nei riepiloghi, negli snippet e nei collegamenti della ricerca ChatGPT, non dobbiamo bloccare OAI-SearchBot.
Questa informazione va distinta da un altro crawler:
GPTBot.
GPTBot è collegato al possibile utilizzo dei contenuti per migliorare i modelli.
OAI-SearchBot riguarda la ricerca.
Sono due scelte differenti.
Un sito può quindi valutare separatamente la propria disponibilità alla ricerca di ChatGPT e il possibile utilizzo dei contenuti per l’addestramento, configurando correttamente i crawler secondo le indicazioni ufficiali di OpenAI.
Questo è un esempio di ciò che io chiamerei davvero “SEO per l’IA”.
Non una formula magica nel testo.
Una scelta tecnica concreta sulla possibilità che il contenuto venga recuperato.
9. No, Google non richiede il file llms.txt
Qui vale la pena essere molto chiari.
Nel mondo SEO si è parlato parecchio di llms.txt, un file pensato come possibile strumento per fornire informazioni strutturate ai modelli linguistici.
Può avere utilizzi con servizi che decidono di supportarlo.
Google, però, nel luglio 2026 ha chiarito espressamente che Google Search non utilizza llms.txt e che creare questo file non aiuta né danneggia la visibilità o il ranking nella Ricerca Google, comprese le funzioni generative.
Quindi:
vuoi utilizzarlo perché un altro sistema lo supporta?
Va bene.
Vuoi sperimentare?
Va bene.
Qualcuno ti dice che devi assolutamente avere llms.txt per comparire in AI Overview?
No.
Almeno non secondo Google.
Questo è esattamente il motivo per cui, quando una nuova tecnica SEO comincia a circolare, preferisco aspettare una fonte vera prima di trasformarla in una certezza.
10. Non esiste uno Schema speciale per AI Overview
Stesso discorso.
I dati strutturati continuano a essere importanti nel contesto SEO e possono rendere le pagine idonee a determinate funzionalità avanzate della Ricerca.
Google, però, chiarisce che non esiste uno speciale markup Schema.org necessario per comparire nelle esperienze generative.
Quindi bisogna continuare a utilizzare correttamente i dati strutturati quando hanno senso.
Article.
Organization.
Product.
LocalBusiness.
Event.
Breadcrumb e gli altri tipi previsti e supportati quando pertinenti.
Non dobbiamo inventare “AI schema” inesistenti.
L’Intelligenza Artificiale non cancella la struttura tecnica del web.
Non ci autorizza nemmeno a inventarne una parallela.
11. Immagini e video contano più di prima, non meno
Quando parliamo di motori generativi tendiamo a pensare esclusivamente al testo.
Google dice invece espressamente di considerare contenuti visuali di qualità, perché le esperienze generative della Ricerca possono mostrare anche immagini e video pertinenti.
Questo significa che un articolo dovrebbe chiedersi anche:
questa immagine aggiunge qualcosa?
È originale?
Ha un nome file sensato?
Possiede un testo ALT utile?
Il video risponde a una domanda che il testo non riesce a mostrare altrettanto bene?
Posso utilizzare uno screenshot, un diagramma, una fotografia, una tabella o un esempio visivo prodotto da me?
Qui torna il concetto di contenuto non intercambiabile.
Un’immagine originale di un processo reale vale più della centesima immagine stock di un robot davanti a un computer.
Una schermata commentata.
Una tabella costruita sui propri dati.
Una fotografia di un corso.
Un esempio reale anonimizzato.
Un diagramma originale.
Questi elementi raccontano qualcosa.
12. Non scrivere “per l’IA”
Questo sembra un controsenso dentro un articolo sulla SEO per l’IA.
In realtà è probabilmente il consiglio più importante.
Google dice esplicitamente che non serve riscrivere i contenuti utilizzando uno stile particolare soltanto per i sistemi generativi.
Non serve catturare ogni variante possibile delle keyword.
Non serve trasformare ogni paragrafo in una risposta artificiale da tre righe.
Non serve impoverire la propria voce.
I sistemi riescono a comprendere sinonimi, significati e relazioni semantiche.
Quindi io continuerei a scrivere come una persona.
Con una struttura chiara, certo.
Con titoli comprensibili.
Con risposte leggibili.
Con informazioni verificabili.
Con parole che appartengono realmente all’argomento.
Senza però trasformare la lingua in un codice scritto per una macchina.
Se per essere citati da un’IA dobbiamo smettere di essere riconoscibili come esseri umani, probabilmente abbiamo perso il punto.
Il caso del “tono personale”
Questo mi riguarda direttamente.
Potrei chiedere all’IA:
“Scrivi un articolo SEO di 2.000 parole su AI literacy”.
Otterrei probabilmente un buon articolo.
Titolo.
Introduzione.
Dieci punti.
Conclusioni.
FAQ.
Formalmente corretto.
Il problema è che potrebbe essere pubblicato sul mio sito, su quello di un consulente di Milano, su quello di un’agenzia di Roma o sul blog di un software.
Cambierebbe poco.
Quando invece dentro quel testo entra il modo in cui vivo le aule, il modo in cui spiego un errore, una domanda che mi è stata fatta realmente, il mio modo di distinguere velocità e competenza, il Metodo Sinibaldi, le fonti che ho deciso di verificare, perfino un dubbio che scelgo di lasciare aperto perché non esiste ancora una risposta certa, il contenuto comincia ad avere un’identità.
Questa non è una licenza poetica.
Nel 2026 è anche una scelta SEO sensata.
Perché Google sta dicendo proprio questo:
non limitarti a riciclare ciò che Internet sa già o ciò che un modello generativo potrebbe produrre facilmente da solo.
Qui, paradossalmente, l’Intelligenza Artificiale ci costringe a essere più umani.
Anche ChatGPT può portare traffico al sito
Questo punto è interessante perché possiamo già misurarlo.
OpenAI dichiara che i publisher che consentono a OAI-SearchBot di accedere ai propri contenuti possono ricevere visite attraverso i collegamenti mostrati dalla ricerca di ChatGPT.
OpenAI aggiunge automaticamente ai referral il parametro:
utm_source=chatgpt.com
Questo permette di analizzare in strumenti come Google Analytics il traffico proveniente da ChatGPT.
Quindi una cosa molto semplice da fare è controllare periodicamente le sorgenti di traffico.
Non per ossessionarsi.
Per capire se qualcosa sta cambiando.
Quali articoli ricevono visite?
Quali argomenti?
Quali pagine vengono citate?
Il traffico converte?
Quanto tempo resta la persona sul sito?
Cosa visita dopo?
Questa è la parte che mi interessa della cosiddetta GEO.
Misurare.
Osservare.
Capire.
Poi intervenire.
Non inventare una teoria e cercare dati che la confermino.
Google Search Console sta iniziando a mostrarci anche la visibilità generativa
Il 3 giugno 2026 Google ha annunciato nuovi report dedicati al rendimento nelle funzionalità di IA generativa della Ricerca.
Questi report permettono di osservare impressioni provenienti da esperienze come AI Overview e AI Mode, oltre alle funzionalità generative presenti in Discover.
Al momento dell’annuncio Google ha specificato che il rilascio sarebbe partito da un sottoinsieme di siti, quindi non tutti potrebbero avere immediatamente la stessa disponibilità.
Questa è una novità importante.
Per anni abbiamo misurato:
impression;
click;
CTR;
posizione;
query;
pagine.
Adesso iniziamo ad avere una finestra dedicata anche sulla visibilità dentro le esperienze generative.
Questo dovrebbe suggerire prudenza a chi oggi vende certezze matematiche sul “ranking nelle IA”.
La misurazione ufficiale stessa sta ancora evolvendo.
Prima osserviamo.
Poi costruiamo metodo.
Un articolo SEO+IA, oggi, lo costruirei così
Immaginiamo di dover scrivere:
“Come usare ChatGPT in azienda senza rischiare di condividere dati riservati”.
Prima cercherei la domanda reale.
Cosa vuole sapere chi arriva?
Poi controllerei le ricerche correlate.
Leggerei le fonti primarie.
Verificherei la documentazione aggiornata di OpenAI.
Controllerei GDPR ed eventuali indicazioni delle autorità competenti.
Costruirei una risposta iniziale breve.
Poi dividerei il problema in sezioni reali:
account personale o aziendale;
dati personali;
documenti clienti;
contratti;
segreti commerciali;
Chat temporanea;
file;
connettori;
policy interna;
cosa fare concretamente.
Aggiungerei esempi che arrivano dalla mia esperienza.
Collegherei gli articoli già pubblicati sullo stesso tema.
Metterei una bio autore.
Inserirei le fonti.
Ottimizzerei title, description, URL, immagini e struttura tecnica.
Poi rileggerei tutto e mi farei una domanda:
se tolgo Google e ChatGPT dall’equazione, questo articolo merita comunque di esistere?
Se la risposta è sì, siamo sulla strada giusta.
Le FAQ servono, ma non perché “piacciono alle IA”
Anche qui sgombriamo il campo da una formula troppo facile.
Le FAQ sono utili perché le persone fanno domande.
Permettono di rispondere a dubbi che non meritano necessariamente un’intera sezione.
Rendono il contenuto consultabile.
Possono coprire domande successive.
Quindi continuerò a utilizzarle quando hanno senso.
Non perché esista una legge secondo cui “ChatGPT preferisce gli articoli con le FAQ”.
Una cosa può essere utile senza diventare un trucco.
Questa distinzione, nel mondo dell’IA, dovremmo ricordarla più spesso.
Aggiornare un articolo significa aggiornarlo davvero
Altro punto importante soprattutto per questo blog.
L’Intelligenza Artificiale cambia velocemente.
Un articolo su ChatGPT scritto nel 2024 può contenere informazioni tecnicamente corrette per quell’anno e completamente inutili oggi.
La soluzione non è modificare la data.
Google mette esplicitamente in guardia anche da questa pratica quando la data viene cambiata soltanto per far sembrare fresco un contenuto che non è stato realmente aggiornato.
Se aggiorniamo un articolo:
ricontrolliamo le fonti;
verifichiamo le funzioni;
rimuoviamo ciò che non esiste più;
aggiungiamo ciò che è cambiato;
controlliamo i link;
aggiorniamo esempi e screenshot;
poi cambiamo la data.
Questo è aggiornamento.
Il resto è trucco.
Non produrre 100 articoli con l’IA solo perché adesso puoi
Questa potrebbe essere la tentazione più grande.
Troviamo cento keyword.
Diamo l’elenco all’IA.
Generiamo cento articoli.
Programmiamo la pubblicazione.
Traffico.
Almeno in teoria.
Google mette in guardia da contenuti prodotti automaticamente su larga scala quando lo scopo principale è manipolare il ranking e il materiale non aggiunge valore agli utenti.
Io aggiungerei un altro problema.
Cosa succede alla tua identità?
Se pubblichi cento articoli che potrebbero essere sul sito di chiunque, Google forse avrà un problema a distinguerli.
Prima ancora di Google, però, avrai un problema tu.
Il lettore non avrà nessuna ragione per ricordare dove li ha letti.
Questo è ancora peggio.
Meglio dieci articoli che costruiscono un territorio.
Che si collegano.
Che hanno esperienza.
Che rispondono.
Che diventano approfondimenti.
Che vengono aggiornati.
Che cento articoli costruiti per occupare cento URL.
Crea cluster, non mucchi
Questo è esattamente ciò che stiamo facendo con gli articoli sull’IA.
Metodo Sinibaldi.
AI literacy.
AI Act.
Registro IA.
Rischi.
Prompting.
Verifica degli output.
AI Policy.
Dati da non inserire.
Scelta degli strumenti.
SEO e IA.
Ogni articolo deve avere una ragione per esistere.
Deve intercettare una domanda diversa.
Poi deve poter parlare con gli altri.
Una persona può entrare cercando “cosa non inserire in ChatGPT” e arrivare alla policy.
Può entrare dalla policy e capire che serve formazione.
Può arrivare dall’AI literacy e approfondire il Metodo.
Può partire dalla scelta tra ChatGPT e Gemini e scoprire perché dipendere da un solo strumento è fragile.
Questo costruisce profondità.
Per Google.
Per l’IA.
Soprattutto per chi legge.
Una checklist pratica prima di pubblicare
Prima di mettere online un articolo nel 2026 controllerei queste domande.
La domanda è reale?
Qualcuno ha davvero bisogno della risposta oppure abbiamo trovato soltanto una keyword?
La risposta arriva abbastanza presto?
Il lettore capisce nelle prime righe dove stiamo andando?
C’è qualcosa di originale?
Esperienza, dati, analisi, esempi, opinione professionale, procedura, test, confronto.
Le fonti sono vere?
Le abbiamo aperte?
Le fonti importanti sono primarie?
Quando possibile, sì.
L’autore è riconoscibile?
Nome, bio, competenza.
La struttura è leggibile?
H1, H2, paragrafi e sezioni hanno senso per chi legge?
Esistono link interni pertinenti?
Non messi per riempire.
Titolo, URL e description sono chiari?
Una persona capisce immediatamente di cosa parla la pagina?
Le immagini aggiungono qualcosa?
Se ci sono.
Il sito permette ai crawler che vogliamo ricevere di accedere?
Googlebot.
OAI-SearchBot quando vogliamo essere disponibili nella ricerca di ChatGPT.
Gli altri crawler che decidiamo consapevolmente di consentire.
Il contenuto meriterebbe di esistere anche senza il motore di ricerca?
Quest’ultima, ancora una volta, è la domanda che pesa di più.
Cosa farei concretamente su un sito oggi
Se dovessi lavorare oggi sulla visibilità di un sito nell’era dell’IA non inizierei installando qualcosa di nuovo.
Farei prima una fotografia.
Quali pagine ricevono traffico?
Per quali domande?
Quali articoli sono realmente forti?
Quali sono vecchi?
Quali si sovrappongono?
Quali non rispondono più alla ricerca?
Quali hanno fonti?
Quali raccontano esperienza?
Quali potrebbero essere scritti da chiunque?
Quali contenuti sono isolati e non hanno collegamenti interni?
Il robots.txt consente ai crawler che vogliamo ricevere di passare?
Google riesce a scansionare e indicizzare bene il sito?
Search Console segnala problemi?
Arriva già traffico da ChatGPT?
Solo dopo scriverei nuovi articoli.
Questo approccio può sembrare più lento.
In realtà evita di riempire il sito di contenuti prima ancora di capire cosa possediamo.
La capacità di dare contesto prima di chiedere qualcosa all’IA vale anche qui.
Prima il contesto del sito.
Poi la produzione.
Domande frequenti
La SEO serve ancora con AI Overview e AI Mode?
Sì. Google dichiara esplicitamente che le proprie funzionalità di IA generativa nella Ricerca continuano a basarsi sui sistemi fondamentali di ranking e qualità di Google Search. Le buone pratiche SEO rimangono quindi la base anche per la visibilità nelle esperienze generative.
Devo fare GEO oltre alla SEO?
GEO è un termine utilizzato per descrivere l’ottimizzazione della presenza nei motori generativi. Google, però, afferma che dal proprio punto di vista ottimizzare per le esperienze generative della Ricerca continua a essere SEO. Questo non significa ignorare l’evoluzione della ricerca, ma evitare di considerare tecniche non dimostrate come requisiti ufficiali.
Serve llms.txt per comparire su Google AI Overview?
No. Google dichiara di non utilizzare llms.txt e specifica che la sua presenza non migliora né peggiora il ranking o la visibilità nella Ricerca Google, comprese le funzionalità generative.
Serve uno Schema speciale per essere citati dall’IA di Google?
No. Google afferma che non esiste uno speciale markup Schema.org necessario per le funzionalità generative. I dati strutturati continuano comunque a essere utili nell’ambito della normale strategia SEO e per l’idoneità a specifici rich result.
Come posso fare apparire il mio sito nella ricerca ChatGPT?
OpenAI indica che i siti pubblici possono apparire nella ricerca ChatGPT e raccomanda, per favorire l’inclusione dei contenuti nei riepiloghi e negli snippet, di non bloccare OAI-SearchBot nel robots.txt e negli eventuali sistemi di protezione del sito.
OAI-SearchBot e GPTBot sono la stessa cosa?
No. OAI-SearchBot è collegato alla ricerca di ChatGPT, mentre GPTBot riguarda il possibile utilizzo dei contenuti per l’addestramento dei modelli. OpenAI consente ai publisher di gestire separatamente questi crawler.
Google penalizza i testi scritti con ChatGPT?
Google non dichiara una penalizzazione automatica per il semplice utilizzo dell’IA generativa. Richiede però contenuti accurati, pertinenti, utili e conformi alle proprie norme. La produzione automatica di molte pagine prive di valore aggiunto e realizzate principalmente per manipolare i risultati può violare le norme sullo spam.
Quanto deve essere lungo un articolo per piacere a Google e alle IA?
Non esiste una lunghezza ideale. Google dichiara esplicitamente che le pagine possono essere più brevi o più lunghe in funzione dell’argomento e del pubblico. Il contenuto deve avere la lunghezza necessaria per rispondere bene alla domanda.
Le FAQ aiutano a comparire nelle risposte delle IA?
Possono aiutare soprattutto il lettore e rendere più chiara la struttura delle informazioni, ma non esiste una regola ufficiale secondo cui inserire FAQ garantisca la citazione da parte di un sistema di IA.
Posso sapere se ChatGPT manda traffico al mio sito?
Sì. OpenAI dichiara che i collegamenti provenienti dalla ricerca ChatGPT utilizzano il parametro utm_source=chatgpt.com, che può essere rilevato attraverso strumenti di analytics.
Search Console mostra le visite da AI Overview?
Google ha annunciato nel giugno 2026 nuovi report dedicati alla visibilità nelle funzionalità di IA generativa della Ricerca, comprese AI Overview e AI Mode. Il rilascio è stato avviato gradualmente, quindi la disponibilità può variare fra i siti.
Alla fine la SEO sta tornando al punto da cui sarebbe dovuta partire
Forse questa è la parte più curiosa.
Più i motori diventano intelligenti, meno dovrebbe avere senso scrivere per ingannarli.
Quando Google capiva meno il linguaggio, ripetevamo keyword.
Quando interpretava meno il contesto, costruivamo formule.
Quando i sistemi erano più rigidi, imparavamo trucchi.
Oggi Google scompone le domande.
Comprende sinonimi.
Collega argomenti.
Usa sistemi generativi.
Cerca informazioni dentro le pagine.
ChatGPT interroga il web.
Le persone fanno domande intere invece di digitare tre parole.
La tecnologia è diventata più sofisticata.
Forse dovremmo diventarlo anche noi.
Non scrivere per il motore.
Non scrivere per ChatGPT.
Non scrivere per AI Overview.
Scrivere qualcosa che una persona abbia davvero motivo di cercare, leggere, ricordare e magari citare.
Poi rendere quel contenuto accessibile.
Comprensibile.
Indicizzabile.
Collegato.
Verificabile.
Firmato.
Aggiornato.
Questa è ancora SEO.
Certo, intorno stanno cambiando molte cose e dovremo continuare a studiarle.
Crawler diversi.
Agenti.
Nuove modalità di ricerca.
Nuovi report.
Nuove interfacce.
Nuovi modi di misurare la visibilità.
Il principio, invece, è sorprendentemente vecchio.
Avere qualcosa da dire.
Dirlo bene.
Dimostrarlo.
Fare in modo che possa essere trovato.
Tutto il resto viene dopo.
Fonti ufficiali e riferimenti verificabili
Google Search Central – Ottimizza il tuo sito web per le funzionalità di AI generativa nella Ricerca Google
https://developers.google.com/search/docs/fundamentals/ai-optimization-guide?hl=it
Google Search Central – Una nuova risorsa per l’ottimizzazione per l’AI generativa nella Ricerca Google
https://developers.google.com/search/blog/2026/05/a-new-resource-for-optimizing
Google Search Central – Creare contenuti utili, affidabili e pensati per le persone
https://developers.google.com/search/docs/fundamentals/creating-helpful-content?hl=it
Google Search Central – Indicazioni sull’utilizzo di contenuti creati con l’AI generativa
https://developers.google.com/search/docs/fundamentals/using-gen-ai-content?hl=it
Google Search Central – Search Essentials
https://developers.google.com/search/docs/essentials
Google Search Central – Report sul rendimento dell’AI generativa nella Ricerca in Search Console
https://developers.google.com/search/blog/2026/06/gen-ai-performance-reports?hl=it
OpenAI – Publisher e sviluppatori: FAQ
https://help.openai.com/it-it/articles/12627856-editori-e-sviluppatori-faq
OpenAI – ChatGPT Cerca
https://help.openai.com/it-it/articles/9237897-chatgpt-search
OpenAI – Panoramica dei crawler OpenAI
https://platform.openai.com/docs/bots
Bio autore
Antonio Sinibaldi è formatore e docente di intelligenza artificiale, specializzato nell’uso consapevole dell’IA, nel ragionamento umano e nella responsabilità professionale. Formatore in Intelligenza Artificiale per aziende e professionisti. Docente del corso IA per l’Istituto Nazionale Tributaristi. Autore della collana IA PRATICA.
