Cosa NON inserire in ChatGPT: dati, documenti e informazioni aziendali da trattare con attenzione

Aprire ChatGPT, trascinare dentro un PDF e scrivere “riassumimi questo documento” richiede pochi secondi.

Forse è proprio questa semplicità che dovrebbe farci riflettere.

Perché quel PDF potrebbe essere una relazione interna.

Un contratto.

Una fattura.

Un curriculum.

Un verbale.

Una busta paga.

Un documento sanitario.

Un elenco clienti.

Un preventivo ancora riservato.

Un file Excel con nomi, indirizzi, numeri di telefono e condizioni commerciali.

Oppure potrebbe essere un documento assolutamente innocuo, pubblico, già disponibile online e privo di qualsiasi informazione che richieda una particolare cautela.

Dal punto di vista dell’interfaccia, per ChatGPT il gesto è quasi identico.

Dal punto di vista dell’azienda, del professionista, della privacy, della riservatezza e della responsabilità, sono situazioni completamente diverse.

Per questo sapere cosa non inserire in ChatGPT non significa imparare una lista di parole proibite.

Significa acquisire un’abitudine.

Prima di premere Invio, chiedersi:

“Questa informazione può davvero entrare qui?”

Sembra una domanda semplice, eppure è una di quelle domande che, dentro un’organizzazione, possono evitare molti problemi.

ChatGPT non è una scatola privata appoggiata sulla nostra scrivania

Uno degli equivoci più frequenti nasce proprio dalla percezione dello strumento.

La conversazione appare sul nostro schermo.

Scriviamo noi.

Risponde a noi.

Possiamo avere la sensazione che quello spazio sia simile a un documento aperto sul computer, quasi un blocco appunti personale.

La realtà è diversa.

Quando utilizziamo un servizio di Intelligenza Artificiale generativa stiamo inviando informazioni a una piattaforma che le tratta secondo le proprie condizioni, le impostazioni dell’account, il prodotto utilizzato, le politiche di conservazione, eventuali integrazioni attivate e gli accordi applicabili.

Questo non significa che ChatGPT “rubi i dati”.

Significa una cosa molto più semplice: prima di affidare un’informazione a uno strumento dobbiamo sapere come quello strumento la gestisce.

OpenAI distingue, per esempio, fra i servizi destinati agli utenti individuali e quelli destinati alle organizzazioni.

Nei workspace personali Free, Plus e Pro, la condivisione dei dati per il miglioramento dei modelli può essere attiva e l’utente può disattivarla attraverso i Controlli dei dati. Nei prodotti Business, Enterprise, Edu e nella piattaforma API, invece, OpenAI dichiara che input e output non vengono utilizzati per addestrare i modelli per impostazione predefinita.

Già questa differenza dovrebbe suggerirci una cosa.

La domanda:

“Posso mettere questo documento su ChatGPT?”

è troppo generica.

Dovremmo chiederci:

“Posso trattare questo documento attraverso questo specifico account ChatGPT, configurato in questo modo, all’interno di questa attività?”

Cambiano poche parole.

Cambia completamente il livello di consapevolezza.

Prima regola: non inserire dati solo perché servono a rendere il prompt più completo

Quando insegno a costruire un buon prompt insisto molto sull’importanza del contesto.

Il contesto migliora enormemente la qualità della risposta.

Questo, però, non significa che dobbiamo raccontare tutto all’IA.

Nel mio approfondimento sul perché un prompt non basta se manca il contesto ho spiegato che una buona richiesta deve contenere le informazioni necessarie per far comprendere allo strumento il problema.

La parola importante, qui, è necessarie.

Se devo chiedere all’IA di migliorare una mail commerciale, probabilmente non le serve sapere nome, cognome, codice fiscale, indirizzo e numero di cellulare del cliente.

Se devo farle analizzare la struttura di un contratto, potrebbe non servire conoscere l’identità reale delle parti.

Se devo costruire una risposta a un reclamo, posso spesso sostituire i riferimenti personali con “Cliente A”, “Società B”, “Fornitore C”.

Se devo analizzare cento righe di un foglio Excel per trovare un’anomalia statistica, potrebbe non servire conservare nella tabella nomi e indirizzi delle persone alle quali quelle righe appartengono.

Questo principio ha anche un nome molto preciso nel diritto europeo sulla protezione dei dati: minimizzazione dei dati.

Il GDPR richiede che i dati personali siano adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali vengono trattati.

L’European Data Protection Supervisor, nelle indicazioni sull’IA generativa, richiama espressamente questo principio anche nell’utilizzo dei sistemi di Intelligenza Artificiale.

Possiamo tradurlo in una regola molto meno giuridica e molto più quotidiana:

se un dato non serve all’IA per fare il lavoro che le stiamo chiedendo, togliamolo prima di inviare il prompt.

1. Credenziali, password e informazioni di accesso

Qui non dovrebbe esserci molta discussione.

Password.

PIN.

Codici OTP.

Token API.

Chiavi private.

Codici di recupero.

Credenziali di accesso.

Stringhe di connessione a database.

Informazioni che consentono di entrare in un sistema.

Non dovrebbero essere inserite nei prompt come se fossero normali informazioni di lavoro.

Nemmeno quando il motivo sembra sensato.

Immaginiamo un dipendente che chiede:

“Non riesco a configurare questo servizio, ti copio la configurazione completa così trovi l’errore”.

Dentro quella configurazione potrebbe esserci anche una chiave API reale.

Oppure:

“Analizza questo file e dimmi perché non riesco ad accedere”.

Dentro potrebbe esserci una password salvata in chiaro.

La regola aziendale dovrebbe essere semplicissima.

Le credenziali si eliminano prima di utilizzare qualsiasi sistema di IA esterno.

Se serve mostrare la struttura, possono essere sostituite.

PASSWORD=123456

può diventare:

PASSWORD=[PASSWORD_RIMOSSA]

L’IA continuerà spesso a comprendere perfettamente il problema.

Noi avremo evitato di inviare un’informazione che non aveva alcun bisogno di conoscere.

2. Dati personali non necessari

Questo è il punto nel quale bisogna evitare le semplificazioni.

Dire:

“Mai inserire dati personali in ChatGPT”

sembra prudente.

In realtà è troppo generico per diventare una vera procedura.

Un dato personale è qualsiasi informazione riferita a una persona identificata o identificabile.

Nome.

Cognome.

Email.

Numero di telefono.

Indirizzo.

Codice fiscale.

Targa.

Identificativo.

Fotografia.

Posizione.

Informazioni professionali.

Molte attività aziendali lavorano quotidianamente con dati personali.

La domanda, quindi, deve diventare:

quel dato serve davvero alla finalità che sto perseguendo e il suo trattamento attraverso quello specifico strumento è stato valutato?

L’European Data Protection Board, nel proprio parere sui modelli di IA, affronta proprio temi come basi giuridiche, anonimizzazione, trattamento di dati personali e responsabilità connesse all’utilizzo dei modelli.

Dentro un’azienda, però, possiamo rendere tutto questo immediatamente operativo.

Prima di copiare un testo dentro ChatGPT, chiediamoci:

posso sostituire il nome?

Posso eliminare l’email?

Posso togliere il numero di telefono?

Posso descrivere il problema senza identificare la persona?

Posso lavorare su una versione anonimizzata?

Se la risposta è sì, molto spesso quella è la strada più semplice.

3. Dati particolari e informazioni molto delicate sulle persone

Qui il livello di attenzione deve salire.

Il GDPR attribuisce una protezione particolare ad alcune categorie di dati personali, per esempio quelli che rivelano origine razziale o etnica, opinioni politiche, convinzioni religiose o filosofiche, appartenenza sindacale, dati genetici, biometrici utilizzati per identificare una persona, dati relativi alla salute, vita sessuale o orientamento sessuale.

In alcuni contesti professionali queste informazioni esistono per forza.

Uno studio medico.

Un ufficio HR.

Uno studio legale.

Un consulente del lavoro.

Un’associazione.

Una scuola.

Un ente pubblico.

Un professionista sanitario.

Questo non significa che l’IA non possa mai essere utilizzata in contesti nei quali esistono dati delicati.

Significa che non possiamo trattare il caricamento di queste informazioni come un gesto ordinario.

Prendiamo un referto sanitario.

Potremmo essere tentati di caricarlo e chiedere:

“Spiegamelo con parole semplici”.

Dal punto di vista tecnico, lo strumento potrebbe essere capace di leggerlo.

Dal punto di vista della protezione dei dati, però, la prima domanda dovrebbe riguardare le informazioni che stiamo inviando, l’account utilizzato, la finalità, il ruolo di chi tratta quei dati e le garanzie previste.

In un contesto aziendale o professionale la decisione non dovrebbe essere lasciata al singolo dipendente che, davanti allo schermo, decide in pochi secondi.

Qui servono regole.

Ed è proprio uno dei motivi per cui, parlando dei rischi legali dell’Intelligenza Artificiale per aziende e professionisti, ho insistito sul fatto che l’IA entra nel lavoro insieme alle responsabilità già esistenti.

La tecnologia cambia.

Il dovere di proteggere le persone resta.

4. Contratti e documenti coperti da riservatezza

Un contratto non contiene necessariamente dati “sensibili” nel significato comune del termine.

Può comunque contenere qualcosa che l’azienda non vuole, o non può, affidare senza valutazione a un servizio esterno.

Prezzi.

Scontistiche.

Condizioni riservate.

Strategie commerciali.

Clausole negoziate.

Informazioni su clienti e fornitori.

Dati bancari.

Termini di accordi ancora non pubblici.

Proprietà intellettuale.

Obblighi di riservatezza verso terzi.

Capita spesso di pensare:

“Voglio soltanto farmelo riassumere”.

Il problema non è ciò che vogliamo ottenere.

Il problema è ciò che stiamo consegnando per ottenerlo.

Un professionista potrebbe ricevere da un cliente un contratto con l’obbligo di mantenerlo confidenziale.

Il fatto che tecnicamente possa caricarlo in un sistema generativo non chiarisce automaticamente se abbia il diritto di farlo.

Prima serve verificare il rapporto contrattuale, le condizioni del servizio, le regole interne e la base che consente quel trattamento.

Una soluzione pratica, quando il lavoro lo permette, consiste nel creare una copia pulita.

Nomi eliminati.

Importi non necessari rimossi.

Riferimenti commerciali sostituiti.

Dati bancari cancellati.

Allegati irrilevanti esclusi.

Resta la struttura che ci interessa analizzare.

Scompare una quantità enorme di informazioni che l’IA non aveva bisogno di vedere.

5. Elenchi clienti, CRM e database aziendali

Questo è uno dei casi che mi preoccupa di più, perché un file Excel sembra sempre innocuo.

Lo trascini.

Chiedi:

“Analizza questi clienti e dimmi quali hanno più probabilità di acquistare il nuovo servizio”.

Dentro, però, possono esserci:

nome;

azienda;

email;

telefono;

fatturato;

acquisti precedenti;

note del commerciale;

contestazioni;

abitudini;

informazioni finanziarie;

valutazioni soggettive;

categorie attribuite internamente.

A quel punto non stiamo più semplicemente “facendo analisi con l’IA”.

Stiamo portando un pezzo del CRM dentro un altro sistema.

La prima domanda dovrebbe riguardare esattamente questo passaggio.

È autorizzato?

Serve davvero l’intero database?

Possiamo eliminare le colonne identificative?

Possiamo lavorare su dati aggregati?

Possiamo sostituire i clienti con identificativi casuali?

Esiste uno strumento aziendale approvato per questo utilizzo?

L’uso viene tracciato?

Questo è uno dei motivi per cui considero utile un Registro IA aziendale: quando un’azienda comincia ad annotare quali strumenti usa, per quali finalità e con quali dati, emergono utilizzi che prima sembravano invisibili.

Un file caricato da una persona può sembrare un dettaglio.

Cento dipendenti che caricano cento file diversi diventano un processo aziendale.

6. Curriculum e informazioni sui candidati

Un curriculum è il classico documento che invita all’automazione.

“Riassumi questi CV”.

“Dimmi quali candidati corrispondono meglio alla posizione”.

“Fammi una classifica”.

“Trova i cinque profili migliori”.

Qui convivono almeno due problemi.

Il primo riguarda i dati personali.

Il secondo riguarda il modo in cui l’IA entra in una decisione che può incidere concretamente sulla vita di una persona.

Un CV può contenere recapiti, fotografia, età, esperienze, formazione, interessi e, a volte, altre informazioni dalle quali potrebbero emergere elementi che meritano particolare cautela.

Prima ancora di chiedere all’IA di valutarlo, quindi, bisogna stabilire quali dati possono essere trattati e quale ruolo deve avere lo strumento.

Supportare l’organizzazione delle informazioni è una cosa.

Trasformarsi silenziosamente nel soggetto che decide chi merita un colloquio è un’altra.

L’AI Act attribuisce particolare attenzione proprio ad alcuni utilizzi dell’IA nell’ambito dell’occupazione e della gestione dei lavoratori.

Per questo, nel mio approfondimento su cosa cambia davvero con l’AI Act per aziende, professionisti e PMI, ho insistito sulla necessità di partire dal caso d’uso concreto.

Lo strumento, da solo, non definisce il rischio.

Conta ciò che gli stiamo chiedendo di fare.

7. Documenti dei dipendenti

Buste paga.

Certificati medici.

Richieste di permesso.

Contestazioni disciplinari.

Valutazioni.

Documentazione previdenziale.

Comunicazioni personali.

Pratiche HR.

Questo materiale non dovrebbe entrare in uno strumento generativo semplicemente perché “ci fa risparmiare tempo”.

Prima serve una valutazione.

Prendiamo una contestazione disciplinare.

Chiedere all’IA:

“Riscrivimi questa lettera in modo più formale”

potrebbe apparire come una normale attività di scrittura.

Dentro quella lettera, però, potrebbero esserci nome del lavoratore, fatti contestati, date, persone coinvolte, giudizi, eventuali elementi sanitari o altre informazioni personali.

Il lavoro intelligente non consiste nel rinunciare automaticamente all’IA.

Consiste nel capire se possiamo creare una versione anonimizzata del caso e chiedere allo strumento di lavorare sulla struttura.

Per esempio:

“Devo preparare una comunicazione formale relativa a una contestazione interna. Ti fornisco una versione completamente anonimizzata. Aiutami a controllare chiarezza, tono e struttura, senza inventare fatti, norme o informazioni mancanti.”

A quel punto l’IA fa il lavoro per cui ci serve.

Le informazioni che non le servono restano fuori.

8. Segreti commerciali e informazioni strategiche

Ci sono dati che non riguardano necessariamente una persona, quindi il GDPR potrebbe non essere il primo problema.

Restano comunque informazioni preziose.

Un nuovo prodotto non ancora annunciato.

Una strategia di acquisizione.

Il prezzo che intendiamo offrire in una gara.

La lista di clienti che vogliamo contattare.

Un piano industriale.

Una previsione finanziaria interna.

Una formula.

Una procedura proprietaria.

Una ricerca non pubblicata.

Un brevetto in preparazione.

Codice sorgente.

Un accordo ancora in negoziazione.

Qui la domanda non è soltanto:

“Ci sono dati personali?”

La domanda diventa:

“Questa informazione può uscire dal perimetro nel quale oggi è custodita?”

Questo passaggio dovrebbe essere previsto nella policy aziendale.

Perché un dipendente potrebbe non percepire come “dato delicato” una tabella con i prezzi futuri dell’azienda.

Per un concorrente, quella tabella potrebbe valere moltissimo.

Privacy e riservatezza si incontrano spesso.

Non sono la stessa cosa.

9. Documenti di clienti e terzi: il fatto di averli non significa poterli usare ovunque

Questo è un errore sottile.

Un cliente mi invia un documento perché devo svolgere un incarico.

Quel documento è legittimamente nelle mie mani.

Da qui può nascere un’associazione molto veloce:

“Se posso leggerlo io, posso farlo leggere anche all’IA che sto usando per lavorare”.

Non è necessariamente così.

La disponibilità del documento e il diritto di trattarlo attraverso un ulteriore strumento o fornitore sono questioni diverse.

Bisogna capire il rapporto con il cliente.

La finalità.

La natura delle informazioni.

Gli accordi.

Il servizio utilizzato.

Le eventuali misure organizzative.

La protezione dei dati.

La riservatezza.

Una frase che utilizzerei dentro qualsiasi studio professionale è questa:

ricevere un dato per svolgere il proprio lavoro non significa automaticamente poterlo inserire in qualunque piattaforma utile a svolgere quel lavoro.

Questa consapevolezza dovrebbe entrare nella AI literacy delle persone che lavorano con l’Intelligenza Artificiale.

Perché la formazione sull’IA non può limitarsi a mostrare quanto velocemente uno strumento riassume un PDF.

Deve insegnare anche quali PDF non si caricano senza averci pensato prima.

10. Codice sorgente, configurazioni e documentazione tecnica interna

Un programmatore può ottenere un aiuto enorme dall’Intelligenza Artificiale.

Debug.

Ottimizzazione.

Spiegazione del codice.

Documentazione.

Test.

Refactoring.

Il problema compare quando, per ottenere quell’aiuto, viene incollato indiscriminatamente codice proprietario, configurazioni interne, credenziali, indirizzi di server, architettura, log contenenti dati reali o informazioni che espongono la struttura tecnica dell’organizzazione.

Ancora una volta, la soluzione non è:

“Vietiamo l’IA agli sviluppatori”.

Sarebbe assurdo in moltissimi contesti.

Serve invece stabilire:

quale strumento è autorizzato;

quale codice può essere condiviso;

quali repository possono essere collegati;

quali informazioni vanno rimosse;

quali account devono essere utilizzati;

quali integrazioni sono approvate;

quali dati non devono comparire nei log sottoposti al modello.

Il punto ritorna sempre lì.

Governare.

ChatGPT Plus e ChatGPT Business non sono la stessa cosa

Questa distinzione merita uno spazio autonomo perché continua a generare confusione.

Pagare ChatGPT Plus non trasforma automaticamente un account personale in un ambiente aziendale.

OpenAI distingue chiaramente i propri servizi individuali dalle offerte Business ed Enterprise.

Per i workspace personali Free, Plus e Pro, l’utente può controllare attraverso le impostazioni se le nuove conversazioni possano contribuire al miglioramento dei modelli. L’opzione può essere disattivata da “Controlli dei dati”.

Per ChatGPT Business, Enterprise, Edu e API, OpenAI dichiara invece che i dati aziendali non vengono utilizzati per addestrare i modelli per impostazione predefinita.

Questo è importante.

Non risolve da solo ogni questione di privacy, riservatezza o conformità.

Avere un ambiente Business non significa:

“Adesso posso caricare qualsiasi cosa”.

Significa che esistono condizioni, garanzie e controlli diversi che l’organizzazione può valutare all’interno della propria gestione dei dati.

La valutazione resta.

Disattivare l’addestramento non significa che la chat sparisce

Altro equivoco.

Una persona entra nei Controlli dei dati e disattiva “Migliora il modello per tutti”.

A quel punto può pensare:

“Perfetto, quello che scrivo non viene più conservato”.

Sono due concetti diversi.

OpenAI chiarisce che, disattivando l’utilizzo delle conversazioni per il miglioramento dei modelli, le chat continuano comunque a comparire nella cronologia dell’account.

Le politiche di conservazione seguono regole proprie.

Questa distinzione è fondamentale:

uso per addestramento e conservazione non sono la stessa cosa.

Quando valutiamo uno strumento dobbiamo guardare entrambi.

Anche i file meritano attenzione

Oggi ChatGPT può salvare nella Libreria i file caricati e quelli creati, quando la funzione è disponibile per l’account o il workspace.

OpenAI spiega che chat e file della Libreria sono gestiti separatamente e che eliminare una conversazione non significa necessariamente eliminare automaticamente un file salvato in Libreria.

Questo è un dettaglio operativo importantissimo.

Immaginiamo di caricare un documento, lavorarci, poi cancellare la chat pensando:

“Ho eliminato tutto”.

Potremmo non averlo fatto.

Dentro una policy aziendale dovrebbe quindi esserci anche una regola sulla gestione dei file:

chi può caricarli;

quali file possono essere caricati;

quanto devono rimanere disponibili;

chi deve eliminarli;

quando vanno verificati anche gli archivi o le Librerie collegate all’account.

Il lavoro non finisce quando riceviamo la risposta dell’IA.

Esiste anche ciò che rimane dopo.

La Chat temporanea è utile, ma non è una bacchetta magica

ChatGPT mette a disposizione anche le Chat temporanee.

OpenAI dichiara che non vengono utilizzate per migliorare i modelli, non compaiono nella cronologia ordinaria e vengono eliminate dai sistemi entro 30 giorni, salvo le condizioni indicate per sicurezza e obblighi legali. I file caricati in una Chat temporanea, inoltre, non vengono salvati nella Libreria dell’account.

È una funzione utile.

Può ridurre alcuni problemi.

Non trasforma però automaticamente un trattamento in trattamento corretto.

Se un dipendente non dovrebbe avere il diritto di inserire un determinato documento in un servizio esterno, scegliere la Chat temporanea non crea quel diritto.

Se il documento contiene informazioni che l’azienda ha deciso di non trattare attraverso quel servizio, resta fuori.

Se un GPT utilizza azioni che inviano dati verso terze parti, inoltre, OpenAI avverte che quei dati possono essere soggetti alle politiche del soggetto terzo e potrebbero essere conservati per periodi differenti.

Questo ci porta a un principio più generale.

Non controllare soltanto ChatGPT: guarda cosa c’è collegato a ChatGPT

Un sistema generativo oggi raramente vive da solo.

Può avere accesso a:

Drive;

OneDrive;

SharePoint;

email;

calendario;

repository;

database;

GPT personalizzati;

app;

azioni;

connettori;

servizi esterni.

Quando colleghiamo una fonte, ampliamo il perimetro delle informazioni che il sistema può utilizzare.

Quindi non basta chiedersi:

“Cosa sto scrivendo nel prompt?”

Dobbiamo aggiungere:

“A quali informazioni può accedere lo strumento mentre risponde?”

Questo passaggio diventerà sempre più importante man mano che l’IA smetterà di essere soltanto una finestra nella quale scriviamo e diventerà un assistente collegato ai nostri sistemi.

Ne ho parlato anche affrontando il rischio di dipendere da una sola Intelligenza Artificiale nel lavoro aziendale e professionale, perché oggi molti sistemi stanno diventando veri contenitori della memoria operativa delle persone.

La comodità cresce.

Anche la necessità di governo cresce insieme a lei.

Anonimizzare non significa semplicemente cancellare il nome

Questo è un altro punto importante.

Prendiamo questa frase:

“Mario Rossi, responsabile amministrativo di una piccola azienda farmaceutica di Bojano, 56 anni, è assente da tre mesi per una rara patologia…”

Togliamo “Mario Rossi”.

Abbiamo davvero anonimizzato?

Forse no.

Gli altri elementi potrebbero permettere di riconoscere comunque la persona.

L’EDPB richiama espressamente la necessità di valutare concretamente quando un modello o un insieme di dati possa essere considerato anonimo e sottolinea che questa valutazione deve essere effettuata caso per caso.

Nella vita reale, quindi, anonimizzare significa chiedersi:

con le informazioni rimaste, quella persona può ancora essere identificata direttamente o indirettamente?

Se sì, probabilmente non abbiamo finito.

Prima di caricare un documento: il controllo dei 30 secondi

Vorrei trasformare tutto questo in qualcosa che possa essere usato davvero.

Prima di allegare un documento a ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot o un altro strumento, fermati per trenta secondi.

Guarda il file.

Poi chiediti:

1. Di chi sono questi dati?

Miei?

Dell’azienda?

Di un cliente?

Di un dipendente?

Di un candidato?

Di un fornitore?

Di una persona che non sa nemmeno che sto utilizzando l’IA?

2. Quali informazioni contiene?

Dati personali?

Dati particolari?

Informazioni riservate?

Credenziali?

Dati economici?

Segreti commerciali?

Informazioni protette da contratto?

3. Servono davvero tutte?

Posso eliminarne una parte?

Anonimizzare?

Usare dati fittizi?

Ridurre il documento?

Estrarre soltanto le pagine necessarie?

4. Quale account sto utilizzando?

Personale?

Aziendale?

Business?

Enterprise?

È uno strumento autorizzato dall’organizzazione?

5. Come vengono gestiti quei dati?

Vengono utilizzati per migliorare i modelli?

Quanto vengono conservati?

Il file finisce in una Libreria?

Esistono integrazioni o soggetti terzi?

6. Ho il diritto di trattare quelle informazioni in questo modo?

Il cliente lo consente?

La mia organizzazione lo consente?

Gli accordi lo consentono?

La normativa applicabile lo consente?

7. Posso ottenere lo stesso risultato dando all’IA meno informazioni?

Questa ultima domanda, molto spesso, risolve tutto.

Un esempio: devo riassumere un contratto

Procedura sbagliata:

prendo il contratto originale;

lo trascino in ChatGPT;

scrivo “riassumilo”.

Procedura più consapevole:

prima guardo che cosa contiene;

capisco quale account e quale strumento sto usando;

verifico se quel documento può essere trattato attraverso quello strumento;

elimino, quando possibile, dati personali, coordinate bancarie, nomi non necessari, prezzi riservati e allegati irrilevanti;

carico soltanto ciò che serve;

chiedo una sintesi strutturale;

verifico l’output sul documento originale;

cancello chat e file quando la conservazione non è più necessaria, tenendo conto delle modalità reali di gestione del servizio.

Il risultato potrebbe essere identico.

Il processo è completamente diverso.

Un altro esempio: devo analizzare un curriculum

Invece di caricare il CV originale potremmo, quando il contesto lo consente, preparare una versione nella quale:

nome e cognome vengono sostituiti;

indirizzo eliminato;

telefono eliminato;

email eliminata;

fotografia rimossa;

data di nascita rimossa quando non necessaria;

restano competenze, formazione ed esperienze pertinenti.

Poi, soprattutto, definiamo il compito.

Non:

“Chi devo assumere?”

Piuttosto:

“Confronta le competenze professionali presenti in questo profilo anonimizzato con i requisiti della posizione. Non formulare decisioni sulla persona, non inferire caratteristiche mancanti, non utilizzare elementi non pertinenti. Evidenzia corrispondenze, lacune informative e domande da approfondire durante il colloquio.”

Qui l’IA torna a fare il proprio lavoro.

Supporta.

Non decide.

Il prompt sicuro non esiste se il dato non doveva entrare

Questo concetto vorrei che restasse.

Possiamo scrivere:

“Non memorizzare queste informazioni”.

“Non condividere questi dati”.

“Cancella tutto dopo la risposta”.

“Queste informazioni sono riservate”.

Scriverlo nel prompt non modifica automaticamente le condizioni tecniche e contrattuali del servizio.

Il prompt controlla, entro certi limiti, il comportamento della risposta.

Non riscrive da solo la privacy policy della piattaforma.

Non cambia i tempi di conservazione.

Non sostituisce un accordo.

Non rende automaticamente lecito un trattamento.

Non trasforma un account personale in un ambiente Enterprise.

Una frase nel prompt non è una misura di governance.

Questo va spiegato alle persone, perché altrimenti rischiamo di usare il linguaggio come se fosse una barriera tecnica.

Cosa fare in azienda da domani mattina

Se dovessi entrare domani in una piccola azienda nella quale tutti stanno già usando strumenti generativi, non inizierei da un divieto.

Farei una fotografia.

Chi usa ChatGPT?

Chi usa Copilot?

Chi usa Gemini?

Chi usa Claude?

Con quali account?

Quali documenti vengono caricati?

Quali reparti trattano informazioni delicate?

Quali strumenti sono già collegati a Drive, email o altri archivi?

Poi costruirei una regola molto semplice.

Tre categorie.

VERDE

Informazioni pubbliche, generiche, anonimizzate, contenuti creativi privi di dati riservati, materiali espressamente autorizzati.

Uso consentito attraverso gli strumenti approvati.

GIALLO

Documenti interni, dati personali, informazioni clienti, contratti, CV, dati economici, codice proprietario, contenuti non pubblici.

Prima si valuta.

Si minimizzano i dati.

Si utilizza lo strumento e l’account autorizzato.

Nei casi previsti si documenta l’uso.

ROSSO

Password, credenziali, chiavi di accesso, informazioni che l’organizzazione vieta espressamente di trasferire, dati o documenti che non possono essere trattati attraverso quel servizio, materiali per i quali non esiste un’autorizzazione adeguata.

Non si inseriscono.

Una struttura così può diventare molto più utile di una policy di cinquanta pagine che nessuno ricorda.

Il punto non è avere paura dei dati

L’Intelligenza Artificiale diventa davvero utile quando riesce a lavorare sul nostro contesto.

I documenti.

Le informazioni.

I processi.

I materiali aziendali.

Le conoscenze interne.

Sarebbe ingenuo immaginare il futuro dell’IA come un mondo nel quale questi strumenti lavorano soltanto su frasi generiche.

Il valore nascerà sempre più dall’integrazione con i dati reali.

Proprio per questo dobbiamo diventare più maturi nel modo in cui li trattiamo.

Non tutti i dati devono restare fuori.

Non tutti i dati possono entrare.

Non tutti gli strumenti sono uguali.

Non tutti gli account sono uguali.

Non tutte le finalità sono uguali.

Non tutti i documenti hanno lo stesso livello di rischio.

Qui ritorna il principio che attraversa tutto il Metodo Sinibaldi.

Metodo, cura e responsabilità.

Prima dello strumento viene il contesto.

Prima del prompt viene la decisione su ciò che possiamo affidargli.

Dopo la risposta viene la verifica.

Intorno a tutto questo resta una persona che deve sapere cosa sta facendo.

Domande frequenti

Posso inserire dati personali in ChatGPT?

Dipende dal contesto, dal ruolo di chi effettua il trattamento, dalla finalità, dal tipo di dati, dallo strumento utilizzato, dalle condizioni applicabili e dalle misure adottate. La regola pratica è non inserire dati personali quando non sono necessari, minimizzarli quando possibile e verificare prima se l’utilizzo è autorizzato e coerente con gli obblighi applicabili.

ChatGPT Plus protegge i dati aziendali come ChatGPT Business?

Non sono lo stesso prodotto. ChatGPT Plus appartiene ai servizi destinati agli utenti individuali. OpenAI dichiara invece che i dati dei prodotti Business, Enterprise, Edu e API non vengono utilizzati per l’addestramento dei modelli per impostazione predefinita. Negli account personali l’utente può modificare l’impostazione “Migliora il modello per tutti” attraverso i Controlli dei dati.

Se disattivo “Migliora il modello per tutti”, posso inserire qualsiasi documento?

No. La disattivazione dell’utilizzo delle nuove conversazioni per il miglioramento dei modelli riguarda uno specifico aspetto del trattamento. Restano da valutare finalità, conservazione, privacy, riservatezza, eventuali obblighi contrattuali, sicurezza e regole dell’organizzazione.

Le Chat temporanee sono più sicure?

Le Chat temporanee non vengono utilizzate da OpenAI per migliorare i modelli e vengono eliminate dai sistemi entro 30 giorni, secondo le condizioni indicate da OpenAI. Possono quindi essere utili in determinati contesti, ma non rendono automaticamente appropriato l’inserimento di qualsiasi informazione.

Se cancello una chat vengono cancellati anche i file?

Non necessariamente. OpenAI distingue oggi la gestione delle chat da quella dei file salvati in Libreria. Quando la Libreria è disponibile, i file caricati o creati possono essere salvati separatamente e devono essere gestiti dalla Libreria stessa.

Posso caricare un contratto su ChatGPT?

Prima bisogna verificare quali informazioni contiene, se il trattamento attraverso quello strumento è autorizzato, quali condizioni di riservatezza esistono, quale account viene utilizzato e se sia possibile rimuovere dati e informazioni non necessarie. Il fatto che ChatGPT sia tecnicamente capace di leggere il contratto non risponde a queste domande.

Posso usare ChatGPT per analizzare curriculum?

L’IA può essere utilizzata come supporto in alcuni processi, ma l’uso di sistemi di IA nell’occupazione può coinvolgere dati personali e, in determinati casi, ricadere in ambiti specificamente disciplinati dall’AI Act. L’utilizzo deve quindi essere valutato con attenzione, mantenendo un controllo umano effettivo e senza lasciare allo strumento decisioni che non gli competono.

Come posso ridurre il rischio quando devo far analizzare un documento?

Parti dalla minimizzazione: elimina tutto ciò che non serve al compito. Anonimizza quando possibile, rimuovi credenziali e informazioni riservate non necessarie, utilizza strumenti e account autorizzati, controlla le impostazioni del servizio e verifica sempre l’output finale.

Una domanda prima di Invio

Forse possiamo ridurre tutto l’articolo a questo momento.

Il cursore è sul pulsante.

Il documento è già allegato.

Il prompt è pronto.

Manca soltanto Invio.

Fermarsi per trenta secondi può sembrare una perdita di tempo, soprattutto quando l’IA ci ha abituati a fare tutto velocemente.

Proprio quei trenta secondi, però, sono la parte più importante del processo.

Guardare ciò che stiamo consegnando.

Capire a chi appartiene.

Chiederci se serve davvero.

Sapere dove finirà.

Togliere ciò che non serve.

Usare lo strumento giusto.

Poi, se tutto torna, premere Invio.

Questo è usare l’Intelligenza Artificiale con consapevolezza.

Non avere paura della macchina.

Sapere cosa le stiamo affidando.

Fonti ufficiali e riferimenti verificabili

OpenAI – Privacy, sicurezza e conformità dei dati aziendali
https://openai.com/it-IT/business-data/

OpenAI – FAQ sui Controlli dei dati
https://help.openai.com/it-it/articles/7730893-faq-sui-controlli-dei-dati

OpenAI – Politiche di mantenimento delle chat e dei file su ChatGPT
https://help.openai.com/it-it/articles/8983778-politiche-di-mantenimento-delle-chat-e-dei-file-su-chatgpt

OpenAI – FAQ sulla Chat temporanea
https://help.openai.com/it-it/articles/8914046-faq-sulla-chat-temporanea

OpenAI – Archiviazione file e Libreria in ChatGPT
https://help.openai.com/it-it/articles/20001052-file-storage-and-library-in-chatgpt

OpenAI – Privacy aziendale
https://openai.com/it-IT/enterprise-privacy/

European Data Protection Board – Parere 28/2024 sui dati personali nel contesto dei modelli di IA
https://www.edpb.europa.eu/documents/opinion-of-the-board-art-64/opinion-282024-on-certain-data-protection-aspects-related-to_it

European Data Protection Supervisor – Guidance on Generative AI
https://www.edps.europa.eu/data-protection/our-work/publications/guidelines/2025-10-28-guidance-generative-ai-strengthening-data-protection-rapidly-changing-digital-era_en

Regolamento (UE) 2016/679 – GDPR, EUR-Lex
https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2016/679/oj

Bio autore

Antonio Sinibaldi è formatore e docente di intelligenza artificiale, specializzato nell’uso consapevole dell’IA, nel ragionamento umano e nella responsabilità professionale. Formatore in Intelligenza Artificiale per aziende e professionisti. Docente del corso IA per l’Istituto Nazionale Tributaristi. Autore della collana IA PRATICA.

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